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Pegah Moshir Pour, attivista che denuncia il regime iraniano: “Anche l'Unibg può fare la sua parte” – BergamoNews

Venerdì 28 Ottobre ho avuto il privilegio di intervistare Pegah Moshir Pour, attivista e content creator italo-iraniana in prima fila nella divulgazione social delle proteste a seguito della morte di Mahsa Jina Amini e nella denuncia del regime islamico.

Mi ha raccontato degli eventi atroci che stanno avvenendo in Iran e del fondamentale ruolo giornalistico nel contrasto al regime dittatoriale, lanciando anche un appello importante a UniBG.

TRIGGER WARNING: Nell’intervista verranno affrontati temi importanti quali violenza, morte e police brutality. Se vorrai continuare a leggere, ti chiedo la gentilezza di custodire le parole di Pegah con attenzione e cura.

Dal 16 Settembre scorso, giorno dell’uccisone di Mahsa Jina Amini, si sono susseguite manifestazioni di dissenso ininterrotte contro il regime. Cosa ha segnato il 1979?

Dal 1979, anno in cui è stata istituita la repubblica islamica, ad oggi il popolo iraniano ha quotidianamente portato avanti battaglie contro i soprusi del regime a tutti i livelli. L’attuale condizione sociale ed economica va ben oltre ciò che i media vogliono farci credere. Fa comodo parlare esclusivamente del velo, che è una causa importantissima delle proteste: purtroppo, però, non è solo questo. Ci sono difficoltà che hanno condotto a una condizione sociale assai critica, con la classe media sotto pressione continua. Prima tra tutte, l’inflazione al 52,20% , con disoccupazione elevatissima (in una popolazione, oltretutto, mediamente molto giovane). Inoltre il caroprezzi non permette alle famiglie di potersi comperare la carne e infine sono intervenuti pesanti tagli netti alle pensioni, in conseguenza dei quali anche chi ha vissuto i fatti avvenuti nel ‘79 oggi manifesta il proprio disagio sociale. In questo malessere generale, l’uccisione violenta di Mahsa Jina Amini è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

I giovani universitari stanno intervenendo in massa contro le autorità. Pensi che i social network possano avere un ruolo importante nella documentazione di questi avvenimenti?

Dal luglio 1999, in seguito alla chiusura del quotidiano persiano “Salaam”, gli universitari rappresentano il manifesto tangibile delle proteste in Iran contro una violenza sempre crescente dei basiji (corpo paramilitare detto anche “polizia morale” istituito dopo l’ avvento della Repubblica Islamica). È ormai prassi rinchiudere gli studenti nei dormitori universitari e massacrarli a sangue con l’uso di manganelli, pistole e armi di ogni tipo; tantissimi adolescenti sono stati uccisi dai pallini da caccia. Gli studenti e i professori in questo momento sono in rivolta. E i social oggi, sì, sono una documentazione fondamentale.

A tal proposito, hai recentemente scritto una lettera aperta alle università italiane (leggi qui https://www.4shared.com/s/fXt1YAdY2ea): puoi spiegarci brevemente di cosa si tratta?

Ho scritto la lettera il 3 ottobre, è stato un bisogno talmente forte che la stesura mi è venuta di getto: l’ho subito condivisa con tutti i Rettorati delle Università Italiane. Nasce dalla necessità di chiedere una tutela maggiore verso gli studenti iraniani in Italia, con problemi di visto, economici o di permesso di soggiorno: il diritto allo studio e a vivere in un Paese democratico sono fondamentali e purtroppo non scontati; quindi bisogna guardare con maggiore attenzione a questi ragazzi e non costringerli a tornare in Iran, aiutarli a trovare un lavoro, una collocazione! A tal fine, gli Atenei dovrebbero organizzarsi per aprire dei “corridoi accademici”: organizzare l’assegnazione di borse di studio per consentire agli studenti iraniani di proseguire la propria carriera universitaria qui, perché in Iran, nelle strutture che dovrebbero essere il tempio del sapere e dell’umanità, oggi c’è purtroppo solo violenza e sangue.

Quindi l’Ateneo di Bergamo e noi studenti tutti come possiamo riuscire a donare un supporto reale, anche se a distanza, senza scivolare in ciò che è definibile come “white saviourism”?

Come già anticipato, le Università possono essere di grande aiuto. Ciò che vorrei chiedere a UniBG è di creare campagne di sensibilizzazione: trattare il tema dei diritti umani, delle diseguaglianze e dell’accesso a Internet in un Paese governato dalla dittatura. Infine, per non cadere nella trappola del white saviourism, bisogna pensare che in Italia attualmente questi diritti li abbiamo acquisiti, con la consapevolezza che la dittatura c’è stata anche qui. In Iran prima del 1979 vigeva la monarchia: nonostante un certo malcontento c’era libertà di studiare, di esprimersi, anche se entro dei limiti e comunque il modo di vivere era migliore rispetto alla situazione terribile di oggi.

Pensi che il Governo italiano, in questo momento, sia attento e partecipe riguardo questo tema?

Purtroppo, al momento, nessun Governo occidentale si sta esprimendo all’unanimità sulla violazione dei diritti umani che sta avvenendo in Iran: dobbiamo insistere, resistere e chiedere delle azioni politiche mirate e d’impatto, che possano andare a indebolire il regime per dare la possibilità di espressione al volere del popolo: poter candidare e poter finalmente votare un proprio Parlamento con una Repubblica Democratica.

I giornalisti uccisi in quest’ultimo mese sono aumentati esponenzialmente. Perché è importante fare i loro nomi?

In Iran chiunque parli, scriva o difenda i diritti del popolo viene perseguitato e messo in galera nella prigione di Evin, a Teheran. Per esempio, della giornalista che per prima ha dato notizia riguardo la morte di Mahsa Jina Amini, in questo momento non si sa più nulla; dal 16 settembre il regime ha iniziato ad arrestare chiunque. La libertà di espressione dovrebbe essere un diritto fondamentale e protetto, i giornalisti sono testimoni di ciò che succede, è importante avere delle persone coraggiose che scrivono, che raccontano le ingiustizie di cui vengono a conoscenza: stanno morendo ragazzini e ragazzine! Testimoniare è fondamentale! Pensa che, ricollegandoci al tema dei social network, in questo momento reporter o giornalisti sono diventate anche le persone che scendono per strada registrando video, scattando foto e cercando di inviarle nei rari momenti in cui Internet è accessibile.

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un video per il quale sono rimasta scioccata: un padre che piange al funerale di suo figlio gridando disperato: “Mio figlio aveva solo 17 anni e in questo momento ha più pallottole in corpo che la sua età”. Il ragazzo era stato ucciso con 24 colpi di pistola.

Mi chiedo: davvero ci si può scatenare con tanto odio verso bambini, ragazzi e donne che manifestano rischiando la propria vita tutti i giorni? Quando vengono aggrediti, i cittadini possono difendersi solo facendo scudo con i propri corpi inermi! È una violazione inaudita che va oltre ogni limite, la religione è solo una scusa e bisogna assolutamente intervenire con sanzioni che tutelino i diritti umani.

Pegah, ti ringrazio del tempo che hai condiviso con noi. Attraverso questa intervista ci hai donato una testimonianza importante e fortissima.

Caterina, grazie a te di avermi ascoltata.

Nota dell’autrice: Innanzitutto, ti ringrazio di essere arrivat* fino a qui, quella di Pegah è stata una testimonianza indiretta intensa, toccante e piena di spunti su cui riflettere. Infine, se ti facesse piacere approfondire di più la tematica delle proteste in Iran, lascio di seguito i profili social di Pegah, che potrai seguire su Instagram (https://www.instagram.com/pegah_moshirpour/), Facebook (https://www.facebook.com/profile.php?id=100005206845345), Linkedin (https://www.linkedin.com/in/pegah-moshir-pour-692924b6/) e Twitter (https://twitter.com/pegahmoshir)

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