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Perché l’Arabia Saudita venderà petrolio in Asia a caro prezzo

Saudi Aramco venderà il suo petrolio in Asia a un prezzo più alto. I mercati iniziano a preoccuparsi per la debolezza della domanda, e l’Opec+ potrebbe perdere rilevanza. Tutti i dettagli

L’Arabia Saudita, il paese che esporta più petrolio al mondo, ha alzato i prezzi di vendita del suo greggio in Asia a un livello record.

IL VALORE PIÙ ALTO

Le spedizioni di greggio Arab Light che saranno consegnate il mese prossimo alle raffinerie asiatiche avranno infatti un prezzo di 9,80 dollari al barile, il più alto di sempre, rispetto al riferimento mediorientale. Paragonato ai valori di agosto, l’aumento è di 50 centesimi.

L’Asia è la destinazione principale delle esportazioni di Saudi Aramco. Secondo gli analisti, la decisione della compagnia petrolifera saudita di alzare il prezzo si spiega con le condizioni di “ristrettezza” del mercato regionale, cioè di equilibrio sottile tra l’offerta e la domanda.

LA DRIVING SEASON NON INGRANA

Alcuni trader di petrolio consultati da Bloomberg a fine luglio si aspettavano però un aumento maggiore, di 1,50 dollari invece che di 50 centesimi.

È successa però una cosa: nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno pubblicato dei dati che mostrano la debolezza dei consumi di carburante nel paese, inferiori perfino a quelli dell’estate del 2020, la prima dall’inizio della pandemia di coronavirus. Significa, in sostanza, che gli americani stanno guidando di meno in un periodo dell’anno soprannominato proprio driving season, la “stagione della guida”: nei mesi estivi la popolazione si mette in viaggio per raggiungere i luoghi delle vacanze, percorrendo moltissimi chilometri in automobile. I prezzi elevati della benzina e del gasolio devono tuttavia aver disincentivato i consumi.

COME VA IL PETROLIO

La pubblicazione dei dati sul mercato statunitense ha contribuito all’abbassamento dei prezzi del greggio: mercoledì il Brent – il riferimento, o benchmark, principale – ha perso quasi il 4 per cento, scendendo sotto i 100 dollari al barile. Dietro all’indebolimento del petrolio c’è innanzitutto il rallentamento di alcune economie che riduce le loro domande di greggio, e i timori dei trader per le possibili recessioni negli Stati Uniti e in Europa.

GASOLIO E BENZINA

L’Arabia Saudita vende gran parte del suo petrolio greggio in Asia, e in particolare alla Cina, all’India, alla Corea del sud e al Giappone. La Saudi Aramco ha deciso di alzare soprattutto i prezzi delle qualità di petrolio pesanti, quelle che solitamente vengono raffinate per ottenere il gasolio; dalle varietà leggere, invece, si fa la benzina.

I margini (crack spread, in gergo) di guadagno riportati dalle raffinerie asiatiche per la trasformazione del greggio in benzina sono scesi di quasi il 78 per cento rispetto ai livelli record di fine giugno. I margini per la raffinazione del greggio in gasolio si sono invece quasi dimezzati.

BENCHMARK A CONFRONTO

Oggi la differenza di prezzo tra il benchmark europeo Brent e quello mediorientale Dubai si è ridotta a 6,55 dollari al barile. Significa che le qualità di greggio legate al Brent si sono sono maggiormente convenienti per gli acquirenti asiatici, a svantaggio dei petroli mediorientali.

LA DECISIONE DELL’OPEC+

La mossa dell’Arabia Saudita arriva un giorno dopo la decisione dell’OPEC+ (il gruppo che riunisce alcuni dei principali paesi esportatori di greggio, da lei diretto assieme alla Russia) di aumentare l’offerta collettiva di petrolio di appena 100mila barili al giorno da settembre: è una quantità talmente scarsa che si ritiene non modificherà in alcun modo la situazione sul mercato.

I PROBLEMI DEL CARTELLO

Secondo Clyde Russell, analista di energia e materie prime specializzato sul mercato asiatico, il ridottissimo aumento produttivo dell’OPEC+ rischia di far perdere rilevanza all’organizzazione, che si presenta come una sorta di “arbitro” del mercato petrolifero che bilancia il prezzo dei barili sulla base del rapporto domanda-offerta.

Scrive Russell che l’OPEC+ ha due problemi. Il primo è che il mercato ha iniziato a concentrarsi sul calo della domanda petrolifera legato al rallentamento economico, pur non avendo ancora digerito l’impatto dell’”espulsione” degli idrocarburi russi (viste le sanzioni) soprattutto in Europa. Il secondo è che l’organizzazione non riesce effettivamente a produrre le quantità di barili che concorda: i trader e gli analisti, di conseguenza, si stanno concentrando più su quello che l’OPEC+ fa che su quello che annuncia.

Riassumendo: il mercato petrolifero sembra stia prestando attenzione più al tema del calo della domanda che a quello della disponibilità di offerta. Stando così le cose, le capacità dell’OPEC+ di influenzare l’andamento dei prezzi si stanno riducendo.

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