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Pino Rauti, Evola e il tradizionalismo politico

Sarà compito degli storici analizzare e interpretare parabola filosofica e azione politica di Rauti. Tuttavia è importante che anche questo peculiare protagonista della destra italiana non sia rimosso, dimenticato o peggio ancora anatemizzato. L’intervento del professor Benedetto Ippolito, storico della filosofia

In Italia la questione del Fascismo, del suo regime e della sua cultura, non ha mai cessato di creare polemiche, anche dopo che ormai nessuno che è appartenuto direttamente a quella esperienza abbia l’età per poterne rivendicare l’ascendenza o il diniego.

Una certa discussione si è imposta a livello mediatico dopo che Fratelli d’Italia ha vinto le elezioni politiche di settembre e Giorgia Meloni è diventata capo del Governo italiano. Giorni fa il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ricordato i settantacinque anni dalla nascita del Movimento Sociale Italiano e le reazioni stizzite del mondo di sinistra non si sono fatte attendere, con richieste perfino di dimissioni.

Ebbene, al di là delle giuste discussioni che una nazione deve avere sulle sue scelte politiche e ideologiche, forse è giunto il momento per affrontare la questione storica del Fascismo, seppellito nel 1945, e studiare con una certa profondità, soprattutto se non si condivide quell’eredità, le vicende che dal 1947 in poi hanno caratterizzato la lunga traversata nel deserto del post-fascismo, con l’MSI e le molteplici varianti che hanno dominato la scena complessa e articolata della destra italiana.

Oltre, infatti, il Movimento, che riassumeva l’organizzazione partitica ufficiale degli eredi della RSI, questa lunga vicenda umana e collettiva ha visto l’affermarsi di personalità che hanno avuto ruoli culturali di primo piano nel corso del Secondo Dopoguerra. Sicuramente la più rappresentativa, complessa e, sotto molti punti di vista, affascinante è stata quella di Pino Rauti.

Presente fin dalla fondazione del MSI Rauti ha coagulato attorno a sé, con grande coerenza personale, una posizione estremamente radicale ma anche assolutamente originale nel percorso filosofico e politico di un’intera generazione.

Il suo profilo intellettuale è stato certamente contrassegnato dall’influenza che fin da giovane ha avuto su di lui Julius Evola, sotto la cui guida, insieme a quella di Massimo Scaligero, negli anni ’50 si è raccolto un gruppo di ragazzi, come E. Erra, A. Villella, L. De Angelis, V. Teodorani, che hanno creato una prima rivista, Imperium, che ha gettato le basi di una forte linea culturale reazionaria e rivoluzionaria di antagonismo al sistema partitico.

È soltanto dopo il Congresso missino di Viareggio del 1954 che la corrente rautiana ha assunto una propria autonomia dal partito, concretizzata nell’anno successivo con la nascita della Rivista Ordine Nuovo e poi, dopo il Congresso di Milano del 1956, con l’uscita dal MSI nel gennaio del 1957. È quindi nei successivi dieci anni che, all’interno della Rivista, Rauti esporrà la maggior parte delle sue tesi politiche, in antitesi con la politica di inserimento del partito nel sistema repubblicano, in nome di una visione al contempo spirituale e rivoluzionaria dello Stato.

Il rapporto di Rauti con Giorgio Almirante, in quel periodo all’opposizione della segreteria moderata di Arturo Michelini ma interno al MSI, sarà segnato da stima ma anche da diversità e contrasto: intellettuale il primo, puramente politico il secondo, strategico Rauti, più tattico Almirante. Con l’ascesa di quest’ultimo alla segretaria del MSI nel 1969, Rauti deciderà di rientrare nel partito, portando con sé una parte rilevante del suo Centro Culturale, ma determinando anche la scissione che darà vita poi al Movimento Politico Ordine Nuovo di Clemente Graziani, totalmente distinto dal primo, il quale deciderà di restare antagonista esterno al sistema, scivolando poi nella clandestinità eversiva.

Le vicende del Rauti più recente sono note: l’antagonismo con Gianfranco Fini, pupillo di Almirante, dagli anni ’80, poi la breve segreteria dal ’90 al ’91 e infine la non adesione ad Alleanza Nazionale nel 1995 che lo costringerà ad un ruolo coerente ma volontariamente discriminato.

Vorrei segnalare alcuni importanti temi della riflessione di pensiero di Pino Rauti, raccolti nei tantissimi articoli delle sue riviste, nel suo libro Le idee che mossero il mondo del 1964 e nelle monografie più interessanti che ne hanno ricostruito la storia: il libro di Sandro Forte, Ordine nuovo parla, Mursia 2020, quello di Antonio Carioti, I ragazzi della Fiamma, Mursia 2011 e soprattutto la dettagliata ricostruzione di Nazareno Mollicone, L’Aquila e la Fiamma, il Borghese, Roma 2017.

Il pensiero di Rauti è un’espressione nazional-popolare della destra che si articola omogeneamente su più livelli ma su di un unico centro tematico: una lettura complessiva e sistematica della storia del tradizionalismo politico, ispirata alla filosofia evoliana, fondata sul primato dei valori spirituali, su un concetto anagogico di Stato e su una lettura storica della decadenza politica della modernità.

La grandezza politica dell’Impero Romano, che ha portato la nostra capitale ai vertici del mondo, è stata perseverata e conservata con il Sacro Impero medievale prima di essere abbattuta dall’incedere della frammentazione e della depoliticizzazione successiva. La storia moderna si è basata su un primato assunto dal materialismo dei valori e dallo svuotamento di una concezione eroica della vita, andata di pari passo con l’attestarsi del capitalismo e del collettivismo. Di qui l’idea di una politica europea contemporanea che deve intendersi alternativa ai due blocchi, USA-URSS, e costruita attorno alle radici spirituali dell’Europa cristiana e prima ancora di quella imperiale romana.

È sulla base di questa precisa idea di reazione rivoluzionaria all’attuale “degenerescenza”, termine di Graziani, che può essere compresa la visione che Rauti ha dato del Fascismo come episodio del Tradizionalismo e non come elemento univoco e assoluto, nonché la forte centralità dello Stato, inteso come fondamento metafisico dell’indipendenza e della sovranità nazionale, secondo l’esposizione articolata nel famoso Manifesto del 1969 dopo la riunione svoltasi alle Fonti del Clitunno.

Probabilmente la sintesi più matura del pensiero rautiano è però il documento congressuale del 1979 Spazio nuovo, poi ampliato nel successivo Andare oltre dei primi anni ’80. Lì trovano una loro collocazione concettualmente precisa sia l’idea di comunità, contrapposta a quella di una società materialistica e contrattuale spappolata, sia l’idea di Stato come fondamento di continuità tra passato e futuro, ma anche il progetto di una cultura di destra che sappia riempire di senso il vuoto interiore della modernità, colmabile, dopo la crisi definitiva del marxismo e del liberalismo, solo con un ritorno forte ai valori spirituali dell’uomo, i quali non sono di ieri ma di sempre, essendo eternamente costanti in ogni generazione che voglia vivere in modo eroico e unico l’esistenza.

L’idea di uno Stato corporativo come alternativa al liberismo e allo statalismo non lo abbandonerà mai, come appare evidente dai passaggi più rilevanti del suo famoso intervento di addio al Congresso di Fiuggi del 1995, nel quale, tra l’altro, veniva citato il filosofo francese Charles Maurras, sicuramente la figura della destra francese dei primi del Novecento più simile al complesso profilo di Pino Rauti, nonostante le eterogeneità di tipo generazionale e nazionale tra i due.

Quello che resta oggi di una parabola filosofica e di azione politica così interessante e rivelatrice degli ideali profondi della destra italiana sicuramente sarà compito degli storici analizzare e interpretare. È, tuttavia, importante che anche questo peculiare protagonista di eccezione della destra italiana non sia rimosso, dimenticato o peggio ancora anatemizzato.

Ogni viandante, in ogni epoca, non fa altro che seguire la sua strada. A noi spetta capire, studiare, e non giudicare, rimuovere e condannare. Soprattutto è importante non disprezzare quello che non si conosce, perché tale è il comportamento esclusivo degli ignoranti. Alberto Magno li definiva dei selvaggi simili a quei “bruti animali che bestemmiano ciò che ignorano”.

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