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“Potenziare i centri antiviolenza e investire sulla formazione”

Istituire una commissione bicamerale d’inchiesta sul femminicidio. È quanto prevede il ddl approvato dalla commissione Affari Costituzionali. Il disegno di legge è una sintesi delle proposte presentate in Senato. La richiesta di ricostituire la commissione d’inchiesta è stata avanzata anche dalla senatrice Pd Valeria Valente, presidente uscente della commissione. “Serve – dice a Today.it –  per completare il lavoro già avviato nella scorsa legislatura e poi perché la commissione non deve avere solo un ruolo di indirizzo, ma deve anche verificare se e come viene attuato il nostro impianto normativo”.

I numeri ci dicono che c’è ancora un’emergenza femminicidi. Dal 1°gennaio al 20 novembre 2022 sono stati registrati 273 omicidi, con 104 vittime donne, di cui 88 uccise in ambito familiare o affettivo. Di loro, 52 sono state uccise dal partner o dall’ex. A donne uccise corrispondono bambini rimasti orfani.

Il femminicidio è però la manifestazione estrema di un fenomeno più subdolo e vasto. Sopraffazione e discriminazione di genere hanno vari volti e il comune denominatore di non considerare le donne come soggetti pienamente autonomi e liberi. 

“In Italia l’impianto normativo c’è ed è solido, anche se ovviamente tutto è perfettibile. Proprio perché anche in presenza di un impianto solido i numeri dei femminicidi non vengono scalfiti, dobbiamo capire cosa non funziona. Dobbiamo tenere presente anche le violenze fisiche e psicologiche che molte donne subiscono. Vanno tenute in considerazione anche se non portano a un femminicidio”, sottolinea Valente.

“Le norme – dice l’esponente Pd – sono generali e astratte, poi devono essere interpretate e applicate. In mezzo c’è la ricostruzione e la valutazione dei fatti, l’individuazione della fattispecie di reato, la decisione di un giudice. Dobbiamo ancora superare stereotipi e pregiudizi. Sono ancora molti gli italiani che colpevolizzano le donne che subiscono violenza. Serve poi una specializzazione più incisiva in tutti gli attori della ‘filiera’: dall’ufficiale di polizia giudiziaria, agli avvocati e ai giudici”.  

Due le direttrici da seguire per Valente. La prima passa riguarda i centri antiviolenza, “che sono i luoghi dove le donne son accolte e capite, dove trovano supporto psicologico e vengono aiutate anche a prendere consapevolezza dell’accaduto. I centri sono finanziati ancora oggi poco e male”  La seconda è, come detto, la formazione a tutti i livelli.

Un’altra via per arginare le violenze di genere sono i percorsi per gli uomini autori di violenza. “Siamo in ritardo su questo – sottolinea Valeria Valente -, ma ci sono state importanti esperienza pilota. Non si tratta di uomini da curare da una malattia, ma da rieducare. Non tutti potranno essere recuperati ma abbiamo il dovere di provarci. Alcuni percorsi possono essere intrapresi anche prima del carcere, altri dopo”.

Da ricerche statunitensi emerge che gli autori di reati violenti che hanno seguito un programma di trattamento hanno il 35% di probabilità di reiterare comportamenti abusanti, contro il 40% di coloro che non hanno seguito alcun trattamento. Il 5% di differenza corrisponde negli Usa ad un totale di circa 42.000 donne, potenziali vittime.

In realtà è anche un obbligo di legge con riferimenti normativi nazionali e internazionali. È la Convenzione di Istanbul che agli articoli 12 e 16 prevede espressamente la necessità di istituire e sostenere programmi rivolti agli autori di atti di violenza. Nel febbraio 2022 proprio la commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e la violenze di genere ha approvato una relazione ad hoc inquadrandoli nella più

ampia strategia di prevenzione della violenza. “L’assenza di un quadro attuativo nazionale di riferimento e, fino a poco tempo fa, di un reale interesse da parte di istituzioni di livello nazionale e internazionale ha fatto sì che tali esperienze mantenessero sempre dimensioni contenute”, sottolinea la commissione. 

La stessa commissione parlamentare nella relazione ha suggerito le azioni da intraprendere in questo senso:

  • la mappatura di tutti i Centri presenti sul territorio nazionale, al fine di raccogliere le esperienze più positive” ;
  • l’approvazione in Parlamento una normativa di riferimento completa per le attività di trattamento degli uomini autori di violenza;
  • il varo di linee guida indicando livelli di specializzazione degli operatori e standard organizzativi per trattamenti omogenei a livello nazionale, per poi avviare verifiche sull’efficacia dei programmi e sulle recidive, operate da soggetti terzi.

Quanto al trattamento in senso stretto, per la commissione “deve essere inquadrato in una duplice veste. Da un lato costituisce un autentico servizio pubblico, funzionale, nell’ambito dei servizi della rete, alla protezione delle vittime e della collettività nel suo complesso. Dall’altro l’esperienza psicoeducativa del trattamento può generare una maggiore consapevolezza culturale di come sia proprio il modello patriarcale quello all’interno del quale si sviluppano le azioni individuali di violenza contro le donne e di come il cambiamento culturale di ogni singolo genera un cambiamento culturale collettivo sempre più diffuso”.

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