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Professionisti Sanitari laureati non Medici. Ecco il perché di un grande scisma. Infermieri dimenticano i “cugini”.

Gli Infermieri hanno dimenticato i cugini delle altre Professioni Sanitarie non mediche? Ecco i perché di un grande scisma.

Le più recenti notizie sugli indirizzi politici intrapresi e perseguiti con successo dagli infermieri (art. 74 della Legge di Bilancio 2021), che sembra si siano completamente dimenticati della appartenenza ad un più ampio gruppo di professionisti (forse, ad onor del vero, anche troppo ampio) non possono far altro che deprimere gli altri professionisti, soprattutto quelli ancor più in “minoranza”, perché disposti ad analisi, sì più impegnative sotto il profilo intellettuale, ma certamente più idonee a restituire uno stato dell’arte tanto oggettivo quanto sconfortante, ma che vale senz’altro la pena di rilevare, o quanto meno impugnare, almeno per ripartire con idee nuove.

Non si vuole risparmiare il pestato e ripestato: motivi quali il comma 566 l. stabilità 2014, Sentenza Consulta 54/2015 e rapporto di esclusività nel pubblico impiego sono soltanto gli stendardi che 875 legioni di professionisti laureati non medici Italiani (il più grande human resource system in Italia) avrebbero potuto e dovuto utilizzare in maniera compatta per la rivendicazione delle azioni necessarie in seno al governo per far finalmente e definitivamente cessare le numerose iniquità e sperequazioni con i laureati medici.

Si propone il neologismo “laureati non medici” perché anche questa è divenuta una necessità ancora non percepita dai più: ad imporlo le preoccupanti affermazioni di auto-contraddittorietà ai ddl Boldrini [1] e Guidolin [2] giunte da più fronti (Proia [3] e Carbone [4]) che sembra non abbiano colto la essenziale trama di scorrettezza che c.d. “formazione complementare” degli OSS sottenderebbe, che può però essere meglio evidenziata comparando le formule contenute nei distinti dispositivi:

«creazione di uno specifico percorso di istruzione secondaria superiore» (ddl n. 1966)

e «per l’ammissione ai corsi di operatore socio-sanitario è richiesto

il compimento del diciottesimo anno di età ed il titolo di scuola secondaria di secondo grado» (ddl n. 2071);

sul punto, assai prima di improvvidamente introdurre lemmi di abuso quali «specialista», andrebbe definitivamente chiarito che l’accesso agli studi universitari in Italia è vincolato al possesso dei titoli di istruzione secondaria rilasciati al termine di un minimo di 10 anni di studio complessivi conseguiti in un istituto superiore [5].

Quale corollario a tale dato la (inquietante) domanda nasce peraltro spontanea: tale medesimo requisito è stato preso in primaria e fondamentale considerazione anche per l’inserimento di coloro che, pur non essendo afferenti ad una professione sanitaria e non avendone una di riferimento, quindi le sino a poco fa definite «non ordinate», sono stati comunque inclusi negli albi istituiti con il decreto del 13 marzo 2018, ossia nei 19 elenchi speciali del c.d. «super-Albo» abilitante l’esercizio professionale della costituita FNO TSRM-PSTRP?

È opportuno fare queste riflessioni in questo tempo “primaverile” per le professioni; stagione composta dall’avviata trattativa presso l’ARAN per il rinnovo dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro nella Pubblica Amministrazione (cui all’ art. 74 ut supra), dall’approvazione del Decreto Rilancio 2021 e collegati aumenti stipendiali [6], dalla conferma di Barbara Mangiacavalli alla presidenza FNOPI per il prossimo quadriennio 2021-2024, e dalle imminenti elezioni alla FNO TSRM-PSTRP per il medesimo periodo.

Sembrerebbe che il differente “volo” che gli infermieri stiano prendendo sulle restanti professioni sia stato forse maggiormente determinato da imperdonabili errori commessi dalle seconde; errori inescusabili per cui oggi gli iscritti FNO TSRM PSTRP “ante 2018” , che potrebbero agilmente rivendicare i medesimi diritti, sia al livello contrattuale che accademico, sono disonorevolmente scambiati con le due zavorranti falangi di coloro che, da una parte si sono già “intrufolati” negli albi, dall’altra sperano di farlo con tali percorsi di studio facilitati.

Al netto del più collaudato sistema “staffetta”, di comune applicazione tanto in ambito locale che nazionale, figlio di un suffragio degli iscritti costantemente al 2% e di di sistemi antidemocratici (in ambito nazionale l’elettorato attivo è composto dai soli presidenti locali), che sussistano o no convincenti programmi elettorali di liste concorrenti [7] o persuasive dichiarazioni di “desiderata” politica rappresentativa dei confermati direttivi, è opportuno mettere a nudo certe questioni, se non altro per capire il perché si stia assistendo a siffatto grande scisma dei laureati non medici in Italia.

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