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Pugno duro sui ristoratori, tutto permesso agli altri

di Gianluigi Paragone.

Si sta parlando parecchio di come sia conciata (male) la magistratura italiana, nelle cui pieghe insistono le stesse piaghe della politica.

Al contrario, di come sia conciato il diritto non si discute; meglio stendere un velo di silenzio. Eppure ci sarebbe molto da dibattere perché soprattutto in questo ultimo anno in nome dell’emergenza stiamo assistendo alle storture costanti e reiterate. Ma tant’è.

L’altro giorno, a Chivasso, il gruppo locale di Italexit (il partito che sto mettendo in piedi) ha solidarizzato con Rosanna, la titolare di un locale “resistente” ai decreti di chiusura, e lo ha fatto esponendo lo striscione “Stiamo festeggiando lo scudetto”. Ammetto che la provocazione era stata concertata per evidenziare come le norme di questo periodo di fatto stiano perdendo la forza della generalità e dell’astrattezza ma si stiano focalizzando solo in alcuni ambiti da colpire. Pochi giorni fa in piazza del Duomo a Milano trentamila tifosi si sono sono spontaneamente ritrovati a festeggiare lo scudetto dell’Inter senza che alcun intervento sanzionatorio fosse elevato da parte delle forze dell’ordine o della polizia locale. Perché? Beh, le risposte da parte di chi avrebbe dovuto controllare sono state le più bizzarre ma anche le più ipocrite. La verità è che nessun prefetto, nessun questore e nessun comandante della polizia locale si sogna lontanamente di far valere la stessa norma che però gli stessi fanno valere davanti ai locali, ai ristoranti o alle palestre.

Da qui, dunque, la domanda: perché? Se la norma (generale e astratta) ha la funzione di evitare assembramenti al fine di emanare i contagi, perché per un ristorante che riempie qualche tavolino con tutte le porte e le finestre aperte scattano le segnalazioni e per una festa scudetto o una kermesse pro ddl Zan no? Non c’è alcun motivo, se non quello intimidatorio. Allora la generalità e l’astrattezza vanno a farsi benedire.

Sabato ero a Genova e sono stato spettatore di un massiccio intervento da parte della polizia locale dentro un ristorante dove oltre ai tavoli sulla strada (dove io stavo pranzando) ve ne erano altri nella sala interno ben aerata. Una decina di vigili urbani (nemmeno fossimo un clan malavitoso) è entrata a prendere le generalità di chi stava dentro. Siccome prenderle a penna era troppo faticoso, lor signori si sono affrettati a fotografare col proprio cellulare le carte d’identità degli ospiti. Al che mi sono identificato all’ispettore M.N. facendo notare che catturare su un telefonino privato documenti d’identità è contro la normativa sulla Privacy. Ovviamente in questi giorni farò presente la cosa al prefetto di Genova (come ho già fatto con il Questore) e al Garante della Privacy.

Ciò che sta accadendo pericolosamente è l’asimmetria della sanzione. Il punto più eclatante – accaduto nel silenzio dei media – è stato l’atteggiamento verso uno studente di 18 anni a Fano colpevole di non aver indossato la mascherina e addirittura averne messo in discussione l’efficacia. La sua eresia gli è valsa un tso e una vacanzina forzata nel reparto psichiatrico. Ora mi domando: davvero una scuola non è in grado di accettare la protesta, la provocazione, magari lo skazzo di un diciottenne? A quanto pare no. Invece è ben disposta ad accettare che nelle scuole arrivino pacchi di mascherine che persino i presidi e i genitori rifiutano di consegnare agli studenti. Per non dire della montagna di mascherine fuorilegge sequestrate in Italia dopo averle pagate a peso d’oro.

Ovviamente nessun tso sarà mai fatto ai responsabili delle gran mask-magnate.

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