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Riforma Cartabia blindata dall’Ue: norme garantiste legate al Pnrr

È remota l’ipotesi che il rinvio del testo possa favorire la soppressione delle novità sulle pene alternative. Nordio, in visita a Regina Coeli e Poggioreale, sposa la linea Meloni: «Servono nuove carceri»

Passa per una strettoia sottilissima l’ipotesi che la maggioranza di centrodestra possa modificare la riforma Cartabia, come temono in molti e innanzitutto i penalisti. Tutto sta a verificare se un ridimensionamento di pene alternative e giustizia riparativa, contenute in quel provvedimento, metterebbe a rischio gli accordi con l’Ue per la concessione dei fondi legati al Pnrr.

Secondo il governo precedente, quel pericolo esiste eccome. Perché, si legge nella relazione che ha accompagnato il decreto legislativo sul penale (approvato in via definitiva lo scorso 28 settembre dal governo di Mario Draghi e Marta Cartabia), «modifiche al sistema sanzionatorio» e «Pnrr» sono legati a doppio filo. Più precisamente, secondo i tecnici dell’ex premier e dell’ex guardasigilli, «l’idea guida che ha ispirato le modifiche al sistema sanzionatorio, è che un processo che sfocia in un’esecuzione penale inefficiente non è un processo efficiente, come gli obiettivi della legge delega e del Pnrr impongono». Si parte da qui. Da un’affermazione chiara. Che andrà smentita qualora la nuova maggioranza volesse invece ridurre le innovazioni garantiste della riforma Cartabia.

Se l’Italia non vuol vedersi costretta a restituire parte delle risorse europee, deve, tra l’altro, ridurre del 25%, entro il 2025, la durata media dei processi penali. E Bruxelles ha preteso una riforma ad hoc, come per il processo civile, che rendesse realistico quel traguardo. Il testo di Cartabia risponde esattamente a quelle richieste dell’Ue. Solo che il decreto legge di lunedì scorso, oltre a istituire il “reato di rave party” e a riformare l’ergastolo ostativo, ha anche rinviato al 30 dicembre l’entrata in vigore della riforma penale di Cartabia. E in fase di conversione, la possibilità teorica che quel testo venga modificato, esiste. Non si tratta di una faccenda solo tecnico-giuridica, ma di una questione terribilmente politica. Perché il partito di maggioranza relativa, Fratelli d’Italia, non condivide la “decarcerizzazione” teorizzata, e in parte attuata, da Cartabia.

Non a caso, i deputati di Giorgia Meloni, l’estate scorsa, non hanno votato il parere favorevole al decreto legislativo dell’ex guardasigilli. Ora, in molti temono che il rinvio a fine anno del testo attuativo sul penale (che avrebbe dovuto entrare in vigore il 1° novembre) risponda non solo all’esigenza di definire un regime transitorio, come chiesto dalla magistratura, per le misure che riguardano la fase preliminare, ma anche alla nascosta intenzione di rettificare la linea garantista della riforma Cartabia nella sua seconda parte, riservata appunto a pene alternative e giustizia riparativa. È stata innanzitutto l’Unione Camere penali, nel documento diffuso subito dopo l’emanazione del decreto Giustizia, a paventare un “assalto” al testo sul penale. La «pretestuosa estensione» del rinvio anche alla parte sulle sanzioni, si legge nella nota dei penalisti, «autorizza la convinzione che detto ingiustificato rinvio preluda ad una riscrittura di questa parte della riforma, attesa la sua evidente incompatibilità con la fosca narrazione identitaria del “buttare la chiave” che, all’evidenza, vuole ispirare i primi passi del nuovo governo in tema di giustizia penale».

Certo, la valutazione allarmata dell’Ucpi non ha trovato finora riscontro in alcuna dichiarazione del governo, della premier, o di parlamentari del suo partito e della Lega. Ma la politica penitenziaria dell’esecutivo, e del guardasigilli Carlo Nordio, difficilmente potrà contraddire la linea Meloni, convinta che il «sovraffollamento» e la tragedia dei «suicidi» (siamo già a quota 74) vada risolta con un «nuovo piano carceri», come la prersidente del Consiglio ha detto nel chiedere la fiducia in Parlamento. A riprova che è questo l’indirizzo, basta citare le dichiarazioni arrivate ieri dal ministro della Giustizia. Garantista convinto, Nordio ha visitato Regina Coeli e Poggioreale. Ha sì ribadito che le carceri saranno «una priorità», e che le sue prime iniziative esterne riservate agli istituti di pena «devono essere un messaggio significativo di estrema attenzione».

Ma il ministro non si è affatto sbilanciato sull’ipotesi, o almeno sulla necessità, di misure deflattive per decongestionare le carceri. Ha invece indicato due direttrici: «L’edilizia penitenziaria» come una delle «priorità» senza le quali «non proseguiamo nell’opera di modernizzazione e di umanizzazione», concetto coerente con la linea Meloni»; e l’importanza del «lavoro» e dello «sport» negli istituti di pena, giacché nulla più di queste attività, «sempre nell’ambito della certezza della pena che dev’essere eseguita» può «recuperare e rieducare il detenuto secondo quanto impone la nostra Costituzione». Non le misure alternative e i benefici, dunque, ma lavoro e sport come corollari della “pena certa”. In carcere. Architrave, addirittura, della strategia penitenziaria di Alfonso Bonafede. C’è un’evidente contraddizione con le valutazioni che il guardasigilli ha compiuto solo pochi giorni fa, quando ha ricordato che «la pena non è solo carcere».

Nordio è il ministro della Giustizia di un governo guidato da Giorgia Meloni. Non può andare contro la premier, a meno che non intenda dimettersi. Quindi nessuna particolare sorpresa. Casomai una conferma: sulle carceri si segue la linea del rigore estremo, senza concessioni alle misure alternative. Con la sola variabile del decreto penale di Cartabia. Che appunto, su pene extramurarie e giustizia riparativa (pure parzialmente alternativa alla detenzione), introduce diverse novità. E c’è sempre da fare i conti con la tesi, citata all’inizio, della relazione illustrativa di Cartabia: «Un processo che sfocia in un’esecuzione penale inefficiente non è un processo efficiente, come gli obiettivi del Pnrr impongono».

Chiarissimo. Scolpito. È una interpretazione di parte, certo, di un governo in cui c’era una guardasigilli garantista certamente più libera di Nordio nell’attuare la propria visione. Ma se pure nella maggioranza, in Fratelli d’Italia e nella Lega, ci fosse la tentazione di stravolgere il testo Cartabia nelle sue parti orientate alla “decarcerizzazione”, si dovranno trovare argomenti convincenti per smentire quella relazione illustrativa. E, così, su due piedi, la missione sembrerebbe ai limiti dell’impossibile.

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