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Santa Chiara e gli affreschi dei rebus in mostra al museo Diocesano di Milano

I primi studi hanno portato all’individuazione della loro collocazione originale all’interno della chiesa dedicata a Santa Chiara alla fine del Quattrocento, e ricostruito l’ordine delle undici vignette ancora intatte. Le ripuliture del restauro hanno riportato alla luce dettagli scomparsi da tempo e mostrato incisioni che fanno pensare all’uso di lamine d’oro per il cielo e le stelle, di metallo per gli elmi e le armature dei soldati, che impreziosivano gli affreschi tanto da immaginare vi fosse dietro una committenza ducale, forse addirittura Bona di Savoia, la madre di Gian Galeazzo Sforza.

(fotogramma)

Ma le domande intorno al ciclo di affreschi sulla Passione di Cristo della collezione Intesa Sanpaolo, raccolta Ubi Banca, esposti per la prima volta al Museo Diocesano sono ancora tante. A partire dalla loro attribuzione: “Osservandoli abbiamo individuato almeno tre mani diverse – racconta Alessia Devitini, curatrice della mostra insieme a Laura Paola Gnaccolini della Sovrintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana -. La più raffinata è senza dubbio quella che ha realizzato l’Ingresso a Gerusalemme di Gesù, la prima scena di quelle rimaste, a cui si possono attribuire anche i disegni preparatori”.

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Insomma, il puzzle è solamente all’inizio. E questo è il bello della piccola mostra monografica ‘Storie della Passione’ (fino al 4 luglio) che riporta alla luce, attraverso un ciclo di affreschi quattrocenteschi di proprietà privata, un passato in parte dimenticato della città. Ricostruendo la vicenda del monastero di Santa Chiara, sorto nel 1445 dalla scissione di un gruppo di consorelle all’interno del convento di Sant’Angelo di via Monte di Pietà. Dopo la divisione, il monastero che segue la regola di Santa Chiara si ritrova senza chiesa, rimasta alla parte agostiniana. Dieci anni più tardi inizia la costruzione della chiesa dedicata a Santa Chiara, che riceve la consacrazione nel 1471: un edificio a L, diviso nella parte claustrale e in quella per fedeli da un tramezzo su cui normalmente veniva dipinto il ciclo della passione (rivolto ai fedeli). “Una posizione che in questo caso non pare possibile perché le misure dell’impianto non coincidono con quelle del tramezzo” spiega Gnaccolini, andata di persona a misurare la parete di quella che nell’Ottocento diventa la sala delle aste del Monte di Pietà e oggi è una delle sale della banca Ubi . E’ infatti probabile che il ciclo, originariamente composto da venti scenette, fosse rivolto verso le monache.

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“Ci sono ancora molti dettagli da ricostruire – spiega la direttrice Nadia Righi – e questo rende per noi la mostra ancora più interessante. Il museo non ha infatti solo la funzione di conservare ed esporre le opere d’arte, ma di fare ricerca sul territorio. Vorrei che l’esposizione fosse un invito agli storici dell’arte e agli studiosi a darci una mano a riempire i tasselli mancanti” di una storia che ha ancora molte lacune. Si sa che dopo la soppressione degli ordini monastici, nel 1783, metà del monastero di Santa Chiara fu acquisito dal Monte di Pietà, che prese sede nel palazzo inglobando la metà della chiesa (l’altra metà è di proprietà privata). E si sa che gli affreschi furono strappati nel 1818. Il resto è da scoprire, partendo da una bella mostra che al ciclo della passione aggiunge l’affresco Santa Chiara e le Vergini e una Madonna con Bambino sempre strappati dal convento.

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