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Sci fermo fino al 5 marzo, paura e rabbia tra gli operatori lombardi: “Non siamo burattini: così rischiamo il collasso”

La delusione è arrivata alla fine di una giornata di ansia: il lockdown della neve andrà avanti almeno fino al 5 marzo. Così prevede l’ordinanza firmata questa sera dal ministro della Salute Roberto Speranza, motivata con la preoccupazione di un nuovo aumento dei contagi per la diffusione delle varianti del coronavirus. Una decisione arrivata a poche ore dalla riapertura prevista, lunedì 15 febbraio, per tutti gli impianti sciistici. Accolta con delusione e rabbia sulle montagne lombarde.

Gli operatori della Valtellina e della Valchiavenna assicurano che le piste erano state sistemate, le precauzioni anti-virus prese, i lavoratori assunti. “Abbiamo raccolto, in via elettronica, migliaia di prenotazioni da tutta la Lombardia – spiegano dalla società impianti di Aprica – per la ripartenza, organizzata in tutta sicurezza con rigidi protocolli per evitare qualsiasi rischio di assembramenti. Le piste sono in perfette condizioni per l’ottimo innevamento”. “Siamo in ginocchio – sottolinea Mariangela Bozzi dell’omonimo hotel di Aprica – per una stagione invernale mai partita. E gli hotel, in queste ore, stanno già ricevendo numerose disdette”. “Non è possibile venire a sapere alla domenica pomeriggio che per il lunedì mattina è tutto cambiato – aggiunge Michela Calvi dell’hotel Stelvio di Bormio -. Non se ne può più con la politica dell’apri chiudi, apri chiudi. Ci sentiamo presi in giro. Noi imprenditori del turismo non siamo burattini. Siamo allo stremo delle forze e tanti rischiano il fallimento delle loro aziende”.

Bloccare la riapertura degli impianti sciistici dopo che una settimana fa il Cts aveva dato il via libera, mette “in discussione la credibilità dello Stato”. Ne è convinto Massimo Sertori, assessore alla Montagna di Regione Lombardia. “Fare un provvedimento – ha spiegato Sertori poche ore prima l’ordinanza del ministro Speranza – che blocca tutto a un giorno dall’apertura significa creare un danno ingente alle società di gestione delle attività che intanto hanno assunto personale e organizzato l’apertura. Ma il fatto metterebbe perfino in discussione la credibilità di uno Stato che ieri ha detto una cosa e che oggi afferma il contrario”. E ha concluso: “Spero che prevalga il buonsenso”.

Gli impianti della Bergamasca avrebbero potuto ospitare in epoca pre Covid 53.400 persone, adesso sarebbero scesi solo a 15.979: il 30% degli utenti potenziali. A Castione della Presolana era già prenotato il 90% delle camere degli alberghi. Piene anche le seconde case non solo in valle Seriana, ma anche nelle altre valli bergamasche. Anche i rifugi si erano organizzati con prenotazioni online, pranzi serviti sulla neve all’esterno e capienze ridotte all’interno.

“Abbiamo venduto quasi 4mila skipass in vista della riaperturai, ma ora abbiamo bloccato la vendita online perché non sappiamo cosa succederà. Siamo preoccupati”, diceva ancora questa mattina Michele Bertolini, direttore di Adamello Sky, del Consorzio Pontedilegno-Tonale in Vallecamonica, nel Bresciano. “Siamo in attesa, abbiamo allestito tutto, investito soldi e se non si dovesse riaprire per molti potrebbe essere la mazzata finale”.


 

In una delle capitali della neve europee, Livigno, Luca Moretti, direttore dell’Apt, riassume che “noi operatori siamo sorpresi per questa notizia dell’ultimo momento. Senza essere un virologo, trovo tutto questo davvero sbagliato: credo che si corrano più rischi di infettarsi in un centro commerciale o in città. Se c’è un lockdown generalizzato lo capisco. Così no. La montagna non è un luogo di festa e di aggregazione, è un luogo di benessere, dove si va per star bene e fare sport. Per sciare in sicurezza abbiamo fatto un sacco di lavoro che rischiamo di trovarci sul groppone: abbiamo contingentato l’area a 10mila ingressi all’ora, abbiamo lavorato per tenere aperti gli impianti che permettono di salire in vetta da più punti per diluire le code, abbiamo aumentato gli skibus da 17 a 25 all’ora, abbiamo fatto accordi con gli Alpini che controllino le file e facciano rispettare le distanze, abbiamo puntato tutto sulla vendita online con tanti posti per ritirare sul posto la tessera. Un lavoro che ci è costato oltre 130mila euro. Fatto senza protestare perché era giusto così. E invece ora rischia di saltare tutto”.

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