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Sì unanime al testo Cartabia: via la prescrizione targata Bonafede

Alla fine, dopo una lunga e difficilissima giornata di trattative, la ministra Cartabia e il premier Draghi sono riusciti a porre il sigillo sulla riforma del processo penale con il consenso di tutta la maggioranza.

L’atto conclusivo è arrivato intorno alle 20.30, quando il presidente ha chiesto al Consiglio dei ministri se tutti avrebbero sostenuto convintamente il testo della riforma e sarebbero stati leali in Parlamento: nessuna obiezione tra i presenti. È passata così la proposta della guardasigilli su processo e prescrizione. Non un voto formale ma il sostegno unanime al testo. Prima però gli animi si erano infuocati: nel pomeriggio, a poco meno di un’ora dalla riunione di Palazzo Chigi, dai 5 Stelle – incerti e divisi per l’intera giornata – era trapelata la volontà di astenersi, e questo nonostante rimbalzassero rumor di un Draghi molto fermo sul testo: «Prendere o lasciare».

Dopo ore di tensione, con i grillini pronti a far saltare tutto, soprattutto sul fronte dei contiani e dell’ala vicina a Bonafede, la quadra sul pomo della discordia della prescrizione è stata trovata. Come? Dal punto di vista politico grazie alla umiltà e alla saggezza del premier e di Cartabia, che hanno visto i ministri del M5S per tentare una nuova intesa prima di entrare in Cdm, che quindi è iniziato alle 19 con due ore di ritardo. Dal punto di vista tecnico invece l’accordo si è materializzato sull’improcedibilità dell’azione normata dall’inserimento dell’articolo 14-bis nel ddl penale.

Si prevede la conferma, come nella legge Bonafede, dello stop della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sia in caso di condanna che di assoluzione, ma si annunciano tempi certi per i processi d’appello (2 anni) e Cassazione (1 anno). A questi limiti, oltre i quali il giudizio muore, fanno eccezione i reati puniti con l’ergastolo, che sono imprescrittibili, e altri reati gravi per i quali i termini massimi diventano 3 anni in appello e 1 anno e 6 mesi in Cassazione: l’associazione a delinquere semplice di tipo mafioso, il traffico di stupefacenti, la violenza sessuale e, proprio per venire incontro alla richiesta grillina, anche gli illeciti contro la Pa, con tutte le sfumature della corruzione. Possibilità di proroga anche per la complessità del giudizio (ad esempio per il numero di vittime, delle parti o delle imputazioni).

Un aspetto importante è che, come per la prescrizione del reato in primo grado, in appello e Cassazione l’imputato potrà rinunciare all’improcedibilità. L’improcedibilità poi non pregiudica gli interessi delle parti civili in quanto, se l’imputato era stato condannato al risarcimento del danno per la parte civile e poi interviene in appello la “morte del processo”, il giudice penale trasmette gli atti al giudice civile, per la decisione sul risarcimento (valutando le prove acquisite nel penale). Questa nuova disciplina si applica per i reati commessi dopo il 1° gennaio 2020, data di entrata in vigore della legge Bonafede. In questa ottica si ribalta la prospettiva: il problema non è più la prescrizione del reato, ma la durata del processo. Il rimedio all’irragionevole durata è così interno al giudizio: l’improcedibilità, appunto, che non estingue il reato.

«Lo sforzo della riforma è stato dare un’immagine del processo penale in cui tutti potessero riconoscersi» ha detto Cartabia. È bene sottolineare che gli emendamenti governativi sulla prescrizione fanno parte di un ddl delega, da attuarsi nel termine di un anno, in linea con gli impegni assunti nell’ambito del Pnrr. Ma guardiamo agli altri punti nodali del restyling operato dalla guardasigilli sul testo, con gli emendamenti “promossi” ieri: sul piano dell’obbligatorietà dell’azione penale si prevede che gli uffici del pm, nell’ambito di criteri generali indicati con legge dal Parlamento, individuino priorità trasparenti e predeterminate, da sottoporre al Csm. Un passo indietro è stato fatto sulle impugnazioni: resta in via generale la possibilità – tanto del pm, quanto dell’imputato – di presentare appello contro le sentenze. Si recepisce solo un principio giurisprudenziale (sezioni unite della Cassazione – Galtelli, 2017): inammissibilità dell’appello per aspecificità dei motivi. Via dunque il cosiddetto appello a critica vincolata, come richiesto dall’avvocatura. Un altro aspetto non da poco è che in linea col principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza, la mera iscrizione del nominativo della persona nel registro delle notizie di reato non può determinare effetti pregiudizievoli sul piano civile e amministrativo. Nella fase preliminare viene confermata la previsione che il giudice dovrà pronunciare sentenza di non luogo a procedere quando gli elementi acquisiti non consentono una ragionevole previsione di condanna.Ora la palla passa al Parlamento ma, dopo il placet di tutta la maggioranza, il lavoro sub-emendativo sarà agevole. Anche se permangono, in casa 5 Stelle, malcontento e divisioni, con Bonafede che viene descritto deluso e amareggiato dal “verdetto” uscito dal Cdm.

Un commento a caldo ce lo fornisce Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto processuale penale all’università di Roma “La Sapienza”: «È da rilevare positivamente che la ministra Cartabia ha tenuto conto delle riserve espresse sia dall’accademia, sia dall’avvocatura che dalla magistratura in questi mesi, a conferma del reale metodo di dialogo preannunciato all’inizio delle trattative».

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