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Silvia Giacomoni: “Io e Martini: era un uomo capace di ascoltare per questo gli volevo così bene”

“Carissima Silvia, arrivando a Galloro da Gerusalemme, trovo il tuo biglietto del 4 aprile con la buona Pasqua e il monumentale ‘Antico Testamento’. Mi rallegro di cuore e comincio a lasciarmi trascinare di pagina in pagina, saltando a caso. Sarà una bella avventura. Tuo, Carlo Maria Martini”. Così il cardinal Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002, scriveva da Galloro, vicino ad Ariccia, dove c’è una casa dei gesuiti, a Silvia Giacomoni, giornalista di Repubblica, il 6 maggio del 2004. Si tratta di una delle 103 lettere che la giornalista e il porporato si sono scambiati nell’arco di trent’anni, durante quella che, nata come una conoscenza per motivi professionali, alla fine di una vita si è tramutata per entrambi in un legame che andava ben oltre i limiti della formalità superficiale. Il carteggio è diventato ora un libro: ‘Diavolo di un cardinale’ (Bompiani, 350 pagine, 20 euro). E anche se questa è l’unica lettera in cui il grande biblista si rivolge a Giacomoni dandole del “tu”, lettera dopo lettera, ci si appassiona a questo epistolario come al romanzo di una vita, che contiene molte cose, fra le quali il percorso di un uomo di chiesa – che in molti considerano già santo – e la conversione quasi mistica di una donna che si sentiva atea, prima di quest’incontro fatale.

Silvia Giacomoni lei è rimasta folgorata da Martini come San Paolo sulla via di Damasco, vero?

“Io avevo molti canali di comunicazione con lui, il primo era quello giornalistico professionale, perché andavo alle sue conferenze stampa, alle lectio, e poi ricevevo tutti mesi un foglio con i suoi appuntamenti. E se non era troppo lontano, prendevo un tram, e andavo a sentirlo. Fuori trovavo il suo autista, lo aspettavo all’uscita e gli chiedevo quello che volevo e lui rispondeva sempre molto gentile”.

Lei gli scriveva molto, lui rispondeva, a volte in modo conciso, altre volte distesamente. E per una vita lei ha tenuto via questa corrispondenza.

“Sì e le ho tirate fuori per darle alla Fondazione Martini quando hanno fatto la ‘call’ per recuperare tutto il materiale che lo riguardasse, invitando anche i cittadini che avevano avuto una corrispondenza con lui a metterla a disposizione. Le avevo tenute nei miei computer per tanti anni, diverse devo averle anche perse, perché cambiando pc, alcune sono rimaste nelle vecchie memorie. Due anni fa, mentre ero in vacanza in Valtellina, me le sono riguardate e sono rimasta esterrefatta. Le ho trovate molto emozionanti, mi sono vista tornare davanti agli occhi cose che avevo dimenticato di aver vissuto e mi sono chiesta come mai potessi aver cancellato tutto questo”.

E si è accorta di avere fra le mani qualcosa di unico?

“Sono rimasta stupita di me stessa, e ho capito anche che ero stata un po’ pazza. Forse non ne avevo mai parlato con nessuno. Avevo in mente una nostra la comunicazione fatta di parole. Tutte le cose che ci dicevamo quando lo intervistavo, o quando andavo a trovarlo anche all’Aloisianeum di Gallarate. Parlavamo tanto, gli dicevo che se mi fossi dovuta convertire, sarei diventata cristiana ortodossa perché mi piaceva la teologia della bellezza, su cui lui fece poi un discorso”.

In queste lettere c’è di tutto. Lei scrive a Martini del suo lavoro a Repubblica, della fede che sta cominciando a maturare, di suo marito Giorgio Bocca. Lei dà persino dei consigli a Martini.

“La prima lettera che gli scrissi risale all’82 e lo sgridavo perché aveva parlato con favore della proposta delle femministe di dare il salario alle casalinghe. Gli scrissi che non sapeva niente della vita coniugale e che gliela spiegavo io. Lui non mi rispose subito, ma due anni dopo mi fece scrivere dalla sua assistente, suor Germana, e mi chiese una lettera sull’aborto. Io ero una donna lontana dalla chiesa e lui parlava alla città, anche a quelli che erano lontani dalla chiesa. Era nella tradizione dei grandi vescovi della città, Ambrogio e Carlo. Per quello gli interessavo”.

Perché pubblicare ora queste lettere?

“Quando rilessi gli scritti, rimasi turbata, perché sono molto intimi, e io non sono abituata a mettere in piazza le mie cose. Ma mi sono detta che lo facevo per rendere omaggio al cardinale, per ringraziarlo pubblicamente e per mostrare una faccia del cardinale che non era conosciuta”.

Come era il Martini che ha conosciuto lei?

“Era visto come un uomo freddo e solo, molto distaccato, ma da questo carteggio si vede che era una persona – la ragione per cui io gli ho voluto così bene – capace di ascolto, di uno sguardo non giudicante, così pronto a entrare in relazione. Con il cardinale ho avuto un rapporto simile a quello che avevo col Bocca. Non sono capace di fare altrimenti, l’ho aiutato enormemente. Il carteggio lo rende evidente. Lui mi chiedeva delle cose e io gli rispondevo”.

E come vi siete lasciati?

“A un certo punto, avendo io avuto con lui un rapporto così intimo e stretto, ho sentito il bisogno di staccarmi. Gli ho detto: adesso che mi sono convertita e sono diventata cattolica, non posso più scrivere di Lei sul giornale. Lui era dispiaciuto. Ci siamo visti e scritti anche dopo, in realtà. L’anno che è morto, eravamo d’accordo che ci saremmo rivisti dopo le vacanze. Ma il 31 agosto del 2012 mi ha telefonato Paolo De Benedetti e mi ha detto che stava morendo. Sono corsa a Gallarate, sperando di poterlo salutare. Ma era spirato da 20 minuti quando sono arrivata. Pochi mesi prima era mancato il Bocca. Questi due lutti così ravvicinati mi avevano fatto perdere la memoria, mi avevano proprio tramortita. Ma queste lettere, ora, mi hanno permesso di ricostruire quel che è stato e mi hanno restituito la nostra storia”.

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