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Storia di Raffaele Cutolo: ascesa e caduta del più grande boss napoletano

Mercoledì sera, annunciando la morte di Raffaele Cutolo, un tempo potentissimo capo della Nuova Camorra Organizzata, un telegiornale ha detto che l’ex boss era anziano, 79 anni, e molto malato, tuttavia ancora estremamente pericoloso. Non è così: don Rafele era un vecchio amareggiato e deluso dallo stesso mondo che aveva creato, era isolato, ridotto da mesi allo stremo, senza più alcun potere. E’ rimasto in carcere invece di morire a casa solo per il nome e l’eco del passato.

Era il fantasma di se stesso e qualsiasi giustizia gli avrebbe concesso il permesso di morire fuori dal carcere, dopo aver passato l’intera vita tra quelle mura. Dal 1963 Cutolo è stato libero, una volta per decorrenza termini seguita da una breve latitanza, l’altra dopo un’evasione nel febbraio 1978 fino alla cattura nel maggio 1979, meno di tre anni. Sui documenti di Cutolo la data di nascita è 10 dicembre 1941. Errore dell’anagrafe. Il futuro boss era nato oltre un mese prima, il 4 novembre, a Ottaviano, figlio di un uomo di rispetto, Giuseppe Cutolo, don Peppe ‘e Monaco, un contadino che aveva fatto qualche soldo, tanti comunque da poter diventare creditore dei signorotti del luogo, i principi Lancellotti, il cui castello lo stesso don Rafele avrebbe poi comprato nel 1980.

Futuro capo di un’organizzazione nella quale affluirono negli anni ‘80 migliaia di giovani poverissimi, sottoproletari senza altro orizzonte che il crimine, Cutolo non era della stessa pasta. Era un lettore avido, conosceva a menadito la storia dell’antica camorra napoletana e quella della sua Regione, aveva studiato i libri dell’antropologo Abele De Blasio sulla cultura e i riti di quella camorra ottocentesca. Finì in carcere per un omicidio assurdo, dettato dalle regole della guapparia. Una passeggiata al centro d’Ottaviano di quello che era allora solo un giovane autonoleggiatore, con la sorella e futura alter ego nella NCO Rosetta, di 4 anni più grande. Un altro giovane con la macchina ferma per un banale incidente che azzarda un commento greve. La questione d’onore che impone la rissa e l’altro giovane, Mario Viscito, anche lui di Ottaviano, stessa età del suo uccisore, ci rimette la pelle.

L’omicidio viene punito con la condanna all’ergastolo più 12 anni di carcere, pena ridotta a 24 anni in appello. Per 7 anni, prima della breve scarcerazione per decorrenza termini nel 1970, l’ex autonoleggiatore continua a coltivare il sogno di resuscitare la camorra del passato. In carcere impara i riti della delinquenza, dà prova di coraggio sfidando il più potente tra i camorristi dell’epoca, Antonio Spavone, ‘o Malommo. Il boss manco si degna di accettare la sfida ma Cutolo inizia a emergere, diventa ‘o Professore. La svolta arriva nei mesi di libertà del 1970. Cutolo e l’amico Pasquale Barra, futuro killer delle carceri e poi pentito. Incontrano i capi delle ‘ndrine calabresi che suggeriscono di dar vita a una vera struttura criminale organizzata, come quelle della ‘ndrangheta e di Cosa nostra. La suggestione si concretizzerà una volta rientrato a Poggioreale, il 24 ottobre 1970.

Cutolo aveva a modo suo una visione. Non mirava solo a organizzare un’associazione criminale. Sommava la suggestione dei riti camorristi del passato con una confusa ideologia sottoproletaria e campana e con una struttura organizzativa all’epoca del tutto sconosciuta nella Camorra, in parte derivata dai modelli di gruppi armati politici.
La struttura della NCO era piramidale. Al vertice ‘o Professore, poi i suoi vice, uno fuori e uno dentro il carcere, i Santisti, nome ripreso dalla ‘ndrangheta, detta anche Santa, i capizona, tra cui Rosetta Cutolo, e la truppa, i Cumparielli, le Batterie di fuoco. La NCO di Cutolo non offriva ai suoi affiliati solo guadagni ma un senso di appartenenza e di potere. La base del potere di Cutolo erano le carceri, dove i suoi killler dettavano legge. Nel momento di massimo fulgore, la NCO raccoglieva oltre 2000 aderenti e sancì per la prima volta l’egemonia della cintura intorno a Napoli sulla camorra della città.

Nei primi anni ‘80, e soprattutto dopo il terremoto, la NCO estese il suo controllo su tutte le attività della malavita a Napoli. Cutolo trattava da pari a pari con Cosa Nostra, legato soprattutto alle vecchie famiglie destinate a essere distrutte dai corloenesi, con la Sacra Corona pugliese, che era quasi una filiazione della NCO, con le ‘ndrine ma anche con Cosa Nostra americana. Cutolo ebbe un ruolo centrale nell’organizzare la trattativa con le Br che portò nell’81 alla liberazione di Ciro Cirillo, esponente della Dc campana rapito dalle Brigate rosse. Tre anni prima lo Stato lo aveva contattato, come fece con altri leader della criminalità organizzata, chiedendo il suo aiuto per rintracciare Aldo Moro. ‘O Professore cercò di mettere sotto controllo l’intera camorra napoletana. Chiese un pizzo su ogni cassa di sigarette di contrabbando scaricata al porto. I suoi sicari chiedevano ai camorristi di aderire alla camorra cutoliana e, in caso di rifiuto, li uccidevano e ne uccidevano i parenti.

I gruppi attaccati si unificarono nella Nuova Famiglia. La guerra di camorra seminò morti a centinaia per le strade di Napoli. La notte del terremoto, 23 novembre 1980, le guardie carcerarie aprirono le celle di Poggioreale per evitare che i detenuti rischiassero di finir sepolti. I sicari di Cutolo ne approfittarono per assaltare i rivali e massacrarli. Alla fine Cutolo perse la guerra con la Nuova Famiglia, anche perché le inchieste avevano smantellato la sua organizzazione e i pentiti, tra cui lo stesso Pasquale Barra amico d’infanzia, santista e primo tra i suoi killer in carcere, avevano dato il colpo di grazia. Cutolo ha avuto tre figli. Il primo nato da una relazione finita prima
che entrasse in carcere nel 1963 è stato ucciso nel 1990. Poi una figlia nata dalla relazione con una donna tunisina conosciuta dopo l’evasione del 1978 e infine la figlia avuta con inseminazione artificiale da Immacolata Jacone, sua moglie, sposata nel 1983 e mai incontrata fuori dal carcere.

Cutolo è stato un uomo pericoloso e feroce. Ma quando è morto, ucciso dalle conseguenze di una polmonite bilaterale probabilmente da Covid, non lo era più da un pezzo. Il suo sogno fosco era crollato seppellendolo. “Siamo una razza d’infami che, guarda caso, si pentono appena gli scattano le manette. Credetemi, è molto meglio andare a lavorare per un solo tozzo di pane che arruolarvi nelle organizzazioni”. Che don Rafele non costituisse più un pericolo in realtà lo sapevano tutti. Lo hanno lasciato in carcere anche quando era ormai solo una larva perché, come recitano le stesse sentenze, era “un simbolo”.

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