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The Handmaid’s Tale 4: continua la serie-fenomeno dall’estetica eccezionale

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L’estetica della serie The Handmaid’s tale non è una cornice della storia, ma la storia stessa. Nata dal romanzo di Margaret Atwood Il diario dell’ancella (Ponte alle Grazie), la versione a puntate – in arrivo il 29 aprile su TIMVision con la quarta stagione – ha saputo ricreare, anzi dar vita, in maniera sorprendente al mondo visionario e post-apocalittico della scrittrice.

La storia
Nell’immaginario della Atwood, trasposto nella prima stagione della serie tv, il regno di Gilead è una potenza teocratica e tirannica che soggioga le donne. A causa di un virus, la sterilità si diffonde nel mondo e sono in poche ad essere ancora in grado di procreare: strappate ai loro cari, diventano proprietà degli uomini più potenti della nazione, di fatto subendo mensilmente la cosiddetta “cerimonia”, una sorta di stupro legalizzato in cui loro, le ancelle, hanno come unico scopo la riproduzione. La società, puritana e di ristrettissime vedute, toglie all’universo femminile ogni diritto, dal lavoro al voto, privandolo di fatto di una voce e assoggettandolo a quello maschile. La protagonista June (Elisabeth Moss) viene spedita a casa del comandante Fred assumendone il nome (DiFred) con lo scopo di partorire un erede per il potente e ambizioso militare. Fin dall’inizio è chiara la sua indole indomita che, in breve tempo, la renderà un pericolo per tutto il sistema di caste.

Il design iniziale
Il mondo di Gilead è stato ricostruito e ambientato a Toronto, dove si svolgono le riprese. Il compito della scenografa Julie Berghoff, premiata con l’Emmy per lo spettacolare lavoro durante la prima stagione, è stato quello di scegliere architetture capaci di raccontare la storia senza parole. Per farlo si è ispirata alla storia degli edifici del New England conscia del fatto di dover creare un universo visivo iconico. Lo ha fatto in ogni ambiente della serie, dal supermercato (costruito da zero per mettere in scena il commercio prima dell’arrivo della plastica) alle strade. Gli edifici, infatti, sono sorvegliati tutti da un massiccio schieramento militare, con simboli orwelliani, come le ali delle colombe, che ispirano la pace. Dal punto di vista del regime, infatti, le forze dell’ordine servono a stabilire la disciplina e l’armonia, come se proteggessero l’incolumità degli abitanti invece che tenerli prigionieri.

Il futuro è adesso
La scenografa ha sempre sottolineato che, sebbene la serie lasci pensare ad un dramma in costume, ha voluto realizzare uno scenario attuale, odierno, non legato al passato o al futuro, bensì all’oggi. Ecco perché ogni ambientazione diventa un messaggio sociale, politico e culturale. A partire dalle stanze delle ancelle: guardando la cameretta di June/DiFred si gela il sangue perché somiglia ad una cella, ma senza serrature, in stile spartano e puritano, come un alloggio della servitù d’altri tempi, capace di evocare sentimenti di oppressione e abbandono. «Volevo che si considerasse June» ha dichiarato all’epoca la Berghoff a Curbed, «come un topolino in gabbia». Nessun tocco personale, né un soprammobile o un accessorio, solo una carta da parati vecchissima da scrostare come antistress. Ancora una volta la palette ha toni grigi, soffocanti, restrittivi.

THE HANDMAID’S TALE — “Offred” – Episode 101 – Offred, one the few fertile women known as Handmaids in the oppressive Republic of Gilead, struggles to survive as a reproductive surrogate for a powerful Commander and his resentful wife. (Photo by: Take Five/Hulu)

Il potere è colore
Al contrario, lo studio del suo “padrone” è gigantesco, pieno di libri come una biblioteca di Harvard, imponente e pregiato. Quest’ambiente deve incutere timore reverenziale e instillare paura perché è la sua tana del potere. Questi elementi nascono da un confronto con la costumista della prima stagione Ane Crabtree, che ha di fatto messo in scena visivamente la divisione per caste di Gilead, mostrando come le varie tonalità sono portatrici di significati ben precisi. Il luogo di lavoro del Comandante vira sui toni del blu oltremare, in contrapposizione ai suoi completi grigi: ogni sfumatura incorpora messaggi di controllo sociale. La categoria delle Marta, invece, addette alle faccende domestiche, virano sul verde, ma senza brillare mai. In totale contrapposizione con i loro veri scopi, vediamo il bianco della prigione e dello studio ginecologico: sono luoghi di sottomissione e controllo e richiamano l’asetticità delle cliniche degli Anni Venti, per sottolineare ancora una volta in un contrasto maniacale la mentalità della tirannia.
Non stupisce che le uniformi delle ancelle, di un rosso-sangue piuttosto intenso, siano state usate durante le marce per i diritti umani in giro per il mondo. Il loro capo è coperto, perché i capelli non inducano in tentazione, e i loro corpi sono nascosti nelle forme, ingabbiati ancora una volta in tessuti spessi e linee rigide.

The Handmaid’s Tale — “Night” — Episode 110 — Serena Joy confronts Offred and the Commander. Offred struggles with a complicated, life-changing revelation. The Handmaids face a brutal decision. Offred (Elisabeth Moss), shown. (Photo by: George Kraychyk/Hulu)

Non solo Gilead
Sempre giocando su questi mostruosi contrasti, sono state create le altre location della serie. Oltre il confine, una specie di terra promessa o territorio franco chiamato Canada, i pochi superstiti al regime vivono da rifugiati politici, in ambienti disordinati e caotici, lontani dall’idea e dal calore di casa. Sono salvi, ma non si sentono al sicuro.
Quando poi nella terza stagione June viene portata dal Comandante e dalla moglie a Washington i simboli del regime sono ancora più chiari: la statua di Abramo Lincoln, simbolo di libertà e uguaglianza, è stata decapitata, e l’obelisco viene sostituito da una croce, mostrando i risultati dissacranti di una dittatura ormai imperante. Per evocare tutto questo è stato necessario un accurato studio da parte della production designer delle nuove puntate Elisabeth Williams che si è dedicata a ricercare gli edifici costruiti durante i periodi di soffocamento dei diritti umani in territori come la Germania, la Russia e la Corea.

 

The Handmaid’s Tale — “A Woman’s Place” Episode 106 — A Mexican Ambassador visiting Gilead questions Offred about her life as a Handmaid. Serena Joy reflects on her marriage and the role she once played in GileadÕs inception. Serena Joy (Yvonne Strahovski), shown. (Photo by: George Kraychyk/Hulu)

Quando tutto è distrutto
Al contrario delle Colonie, i luoghi di deportazione dei prigionieri per i lavori forzati, che dall’esterno hanno aspetti bucolici e sognanti ma sono veri e propri scenari dell’orrore, con tinte dorate e ambrate tipiche dei dipinti olandesi. Per realizzarle è stata necessaria una ricerca sui luoghi che hanno ospitato i maggiori disastri ambientali, come Fukushima, per rievocare le montagne di rifiuti e la desolazione, ma usando ispirazioni lunari, come cupole sofisticate che dessero l’illusione di un’evasione esotica.
Gli unici momenti brillanti, colorati, caldi e vibranti della serie avvengono nei flashback, nella vita prima di Gilead, quell’ordinarietà così confortante che stava per essere strappata via dalle mani dei protagonisti prima che se ne accorgessero.
La costumista Natalie Bronfman, che ha sostituito Ane Crabtree, ha confermato che tutti gli indumenti realizzati per la serie sono fatti a mano e creati appositamente per abitare questi luoghi nati dall’immaginario angosciante di Margaret Atwood. La severità delle forme è essa stessa un messaggio e veicola il rigore dell’oppressione tipico della metà del secolo scorso. Persino la categoria delle Mogli, una casta abbiente, deve sottostare al patriarcato oppressivo: indossano il verde smeraldo, ma hanno i capelli sempre legati a chignon per non indurre in tentazione e devono ricoprire il ruolo della casalinga impeccabile, che non si lamenta, non esprime pensieri o giudizi e non contrasta mai il marito. Ancora una volta, insomma, The Handmaid’s Tale, veicola idee attraverso l’estetica, per affinità o per contrasto, regalando un universo visivo tra i più ricchi del panorama contemporaneo.

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