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Tornano i Ritmo Tribale: “Dalle cantine al Leonka, noi siamo oltre il tempo”

E anche stavolta, come è un po’ d’abitudine ormai, si sono presi tutto il tempo di cui avevano bisogno, tornando poi a bussare nel cuore di chi non ha mai smesso di seguirli – e di amarli, chiaramente – al momento giusto, cioè adesso, e di farlo con un nuovo video nuovo come Autunno. Che anche se autunno non è più, è sempre tempo per essere “tribali nello spirito e nella musica”, come recitava più o meno uno dei motti storici della band: i Ritmo Tribale, storia di Milano e del rock italiano, usciti ad aprile 2020 con La rivoluzione del giorno prima, l’album del ritorno dopo vent’anni di stop, che ha Autunno tra le proprie tracce. “È un video per noi inedito, dove per la prima volta c’è una storia raccontata”, dice il bassista della band, Andrea Filipazzi (detto Briegel) oggi avvocato 54enne specializzato in diritto della musica.

E che storia è?

“Quella di una persona come tante, che se ne sta sul letto a fumare e a riflettere su ciò che è stato, su alcuni passaggi del proprio vissuto. Per poi tornare alla vita attuale”.

È una riflessione sul tempo come anche alcuni pezzi di ‘La rivoluzione del giorno prima’, per esempio ‘Le cose succedono’?

“Non so, i testi sono di Andrea Scaglia (cantante e chitarrista: ndr), spesso scritti in modo da lasciare aperte diverse interpretazioni. Autunno ha un messaggio positivo, tutti a volte ci fermiamo a riflettere su cosa è stata la nostra vita”.

E la vostra? Si può dire che è stata intensa, soprattutto negli anni ’90.

“Lo è stata, certo, e in una certa maniera lo è ancora. Ma poi, da cosa si valuta la carriera di una band?”.

Ecco, da cosa?

“Non credo tanto dal successo, che comunque abbiamo avuto, quanto da quello che sei riuscito a lasciare. Poi sì: quest’ultimo disco – che è fresco, moderno e rock, col marchio Ritmo Tribale ben impresso sopra – è uscito dopo una lunghissima pausa, arrivata dopo l’ultimo album fatto senza Edda (storica voce dei Ritmo: ndr), ‘Bahamas’, nel ’99. Nel mezzo, abbiamo vissuto, messo su famiglia e fatto figli, senza mai rinunciare a suonare. Come per il progetto NoGuru, nel 2010, e un disco come Milano Original Soundtrack, per noi la colonna sonora di questa città”.

Com’era la Milano dei Ritmo Tribale?

“Era la città dove le cose accadevano. C’erano un sacco di band, rock, punk, hardcore, e una forte cultura musicale dal basso, legata ai centri sociali. La nostra è stata una carriera di grandi soddisfazioni, che ha preso poi una piega diversa con l’uscita dalla band di Edda per problemi di droga due mesi dopo la pubblicazione di Psycorsonica, proprio quando eravamo all’apice della popolarità”.

Lei entra nella band nell’88 prima di registrare l’album ‘Kriminale’. Che ricordi ha?

“Quella Milano era un’altra città rispetto a oggi, c’era un grande gap tra le band indipendenti, legate all’autoproduzione, e quelle che incidevano per le grandi major. Ora c’è tutta un’altra mentalità, ma che è un po’ figlia di quegli anni 90, anni in cui le etichette iniziavano a guardare a ciò che accadeva nelle cantine. Noi facevamo le prove a Villa Amantea, a Baggio. E lì trovavi tutti, i Rappresaglia, i Casino Royale, i Silver Surfers. Un bel periodo, eravamo ragazzini, vivevi la vita dell’underground, le cassette, i 45 giri. Si sognava di arrivare, stare insieme, fare concerti. Kriminale poi ha in copertina una foto che ritrae le macerie del vecchio Leoncavallo, un posto per noi, da sempre band apoliticizzata, importantissimo. In quegli anni i centri sociali erano gli unici posti che ti davano la possibilità di suonare”.

Poi ci sono state realtà come il Jungle Sound, fondato dal chitarrista dei Ritmo, Fabrizio Rioda.

“È stato il primo polo dove ci andavano a suonare i professionisti, tutti. Le band come noi, ma anche Ramazzotti, la Pausini, Ruggeri, Vasco, Ligabue, Jovanotti e persino gli Oasis o Pino Daniele. Ma c’erano anche i ragazzini che arrivavano lì in motorino con la chitarra nello zaino. Era avanti come concezione, con sale prova, studi di registrazione e tutta una serie di servizi che hanno dato una grande spinta alla creatività, alla collaborazione tra artisti”.

Che pensate quando venite considerati una band di culto?

“Che è vero. Sei una band di culto, come anche lo sono ad esempio i Negazione, quando riesci ad andare oltre il tempo. E hai un messaggio, anche nel modo di essere, che colpisce e arriva alle persone. La nostra storia è andata così ed è andata bene. Poteva andare meglio? Forse, ma chissenefrega. Non abbiamo alcun rimpianto, siamo felici di ciò che è stato e di quello che ancora potrà essere”.


 

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