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Tracce di storia e di amicizia a Milano, nella casa di Paride Vitale

Il mezzo è il messaggio. Lo sanno bene i maestri della comunicazione e Paride Vitale di comunicazione due o tre cose le sa: ha un modo di codificare le informazioni che le rende immediatamente comprensibili e la sua casa non fa eccezione alla regola. Parla da sé. Dentro è un distillato delle esperienze e degli incontri privati e professionali che, in fin dei conti, sono nella sua biografia quasi sempre sovrapponibili. Originario di un paese adagiato in una conca dell’Alta Valle del Sangro in Abruzzo, Paride è arrivato a Milano equipaggiato di una sorta di elevata sensibilità alle promesse della vita; che lo ha trasformato prima in un organizzatore di eventi e oggi in un imprenditore a tutti gli effetti.

Il mobile bar in stile Tiki, all’ingresso. Foto di Alberto Zanetti.

Qualche tempo fa ha lasciato l’appartamento dei suoi “anni giovanili” – da lui convertito nell’ultimo periodo in una vera e propria party house – per insediarsi in un elegante edificio anni Venti che guarda su una fontana a esedra, incorniciata da tigli e carpini. Quasi nulla lo ha seguito da una casa all’altra, eccezion fatta per un mobile bar Tiki, lo stile “hawaiano” di moda negli anni ’50, pronto ad accogliere gli ospiti all’ingresso. «È un gin bar», puntualizza il padrone di casa illustrando l’artiglieria: «Gin Mare, Botanic, Martin Miller’s, Engine, Tatsumi… e naturalmente PariGin: il blend personalizzato è un regalo dei ragazzi dell’ufficio». Sull’etichetta è ritratto il soggetto dell’originale dono, il quale comunque nasconde anche qualche bottiglia di vodka per gli incontentabili – l’importante è spillare buonumore.

«Quasi tutto quello che ho in questa casa è riconducibile a due cose: l’Abruzzo e gli amici», sintetizza mentre passa in rassegna le suppellettili: svariati accessori pop nati dalla collaborazione tra Job Smeets e Seletti, una riedizione del cactus disegnato nel ’72 da Drocco e Mello per Gufram, opere di Matteo Fato, Stefano Cerio e Tarin, e un modello in scala del dito medio di Maurizio Cattelan che troneggia in piazza Affari; già trasformata da Paride in luna park di paese per gli eventi durante la Design Week. Anche questo è un regalo, dello stesso Cattelan, che si era presentato per giocare a burraco stringendo champagne in una mano e il mini monumento nell’altra (e quattro candele in tasca per ricostruire le dita mancanti).

L’oggetto più amato nell’appartamento pare essere il grande divano in velluto verde a cui i due Jack Russell di casa, Ettore e Ornella, volentieri si ancorano – come del resto vi si ancorava la socialità che animava questo salotto prima della pandemia e che, presumibilmente, presto tornerà a fiorire. La costruzione del décor è cominciata proprio da qui. «L’unico cambiamento strutturale è stato abbattere il muro che divideva lounge e sala da pranzo, così da ampliare la zona dedicata alla convivialità», racconta. Questo è un luogo di connessioni, e Paride ha due o tre regole anche a questo proposito. «Otto è il giusto numero di persone da mettere a tavola. Al centro si fa accomodare chi sa gestire i due lati e ai lati opposti coloro che è meglio non stiano vicini; per questo il tavolo (realizzato su misura) è stretto e lungo. Il segreto di una cena ben riuscita è invitare persone con argomenti diversi, ma che pensi possano fare progetti assieme».

La sala da pranzo col tavolo realizzato su disegno. Poltroncina Seletti Wears Toiletpaper. Foto di Alberto Zanetti.

Appesa dietro al divano la fotografia dell’artista dissidente cinese Liu Bolin – mago del camouflage – sovrasta la schiera di Mao in ceramica policroma: un mezzo busto, diversi a figura intera, in abiti civili o in alta uniforme. «Come in ogni dimora signorile c’era una stanza cinese, qui anche io ho il mio angolo cineserie», commenta beffardo. Lo fa sorridere vedere giustapposte contestazione e propaganda politica, così sottilmente veicolata da inoffensivo bric-à-brac. Potenza del messaggio. «Da venditore di notizie quale sono, la cosa che più mi piace è andare a caccia della storia che c’è dietro. Perciò amo il vintage e gli oggetti che mi sanno catturare con la loro narrazione prima che con l’estetica».

A proposito di storie: per farlo innamorare di questo appartamento era bastato portarlo sul balcone affacciato su una zona della città dal melting pot affascinante e fargli osservare, nei contorni degli edifici stagliati contro il cielo, il segno della Seconda guerra mondiale. «Dove sorgono le costruzioni anni Settanta è dove sono cadute le bombe; i palazzi storici sono i sopravvissuti al conflitto», chiosa: «Vedi, ti senti dentro alla storia». È tempo per gli ospiti di andare e Paride ci accompagna alla porta, sopra la quale troneggia l’effigie di un orso bruno. Marsicano, ovviamente.

Trovate l’articolo completo con le foto di Alberto Zanetti a pagina 146 del numero di AD di giugno.

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