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Tre effetti draghiani

Raccontano che durante un torneo di scacchi, con tante battaglie su altrettanti tavoli, i giudici – avendo avvertito qualcosa di strano – si avvicinarono a una coppia di giocatori insolitamente taciturni, trovandoli alla fine profondamente addormentati. Così pare la politica milanese oggi: un po’ sonnolenta, malgrado con l’arrivo di Mario Draghi a Roma stia cambiando tutto, e il “nuovo europeismo” del partito di maggioranza relativa in Lombardia. Ma ancora di più l’effetto Draghi potrebbe cambiare la prossima campagna elettorale. Ecco tre cose su cui tenere l’occhio aperto e vigile.

 

Primo. La data del voto. Non è una questione oziosa. A Milano i politici si dividono tra milanisti e interisti, tra massimalisti e riformisti, e – tendenza odierna – tra primaverili e autunnali. Ovvero tra quelli che pensano che si voterà a fine maggio, come al solito. E quelli che invece pensano che tutto sia già deciso, e che si voterà a settembre inoltrato o addirittura ottobre. I primi credono ottimisticamente nel vaccino: come non votare se la curva dovesse scendere, precipitosa? I secondi sono dell’opinione che Draghi non vorrebbe per nessuna ragione andare a turbare la pax augustea instauratasi tra tutte le forze politiche (cespugli sinistrorsi e Fratelli d’Italia a parte) e l’emergenza sanitaria è la più lineare delle motivazioni al rinvio. Di questa opinione sono in particolar modo a destra, dove non hanno ancora un candidato ufficiale a Roma, ma soprattutto non ce l’hanno a Milano. E’ chiaro che la questione della data non è irrilevante. Il primo cittadino è sceso in campo il giorno di Sant’Ambrogio. Nove mesi di campagna elettorale sarebbero un periodo decisamente lungo, da una parte ottimo per consolidare e sviluppare, dall’altro pernicioso perché è chi è in vantaggio a volere le partite brevi. Al contrario il centrodestra con mesi in più avrebbe il tempo di dipanare la questione romana e poi mettersi anima e corpo sul capoluogo lombardo, per adesso decisamente fuori fuoco – soprattutto per Silvio Berlusconi (Salvini il suo candidato ce l’ha e l’ha proposto).

 

Secondo. L’era dei Draghi è iniziata ed è l’uomo ex della Bce a tenere in mano il gioco. Tuttavia la scomposizione e composizione di alleanze a Roma non può non avere riflessi locali. Piccolo esempio: che cosa faranno i cespugli di centrosinistra? Rimarranno attaccati al Pd che a Roma governa con la Lega? Probabile che invochino l’autonomia dei territori, che in casi come questi viene sempre buona. E la Lega? Riuscirà ad attaccare il Partito democratico che di fatto è il partito di maggioranza in città, con il quale ha fatto l’alleanza a Roma? Posizione scomoda. Ma ancor più scomoda la posizione di chi – dalle parti dell’entourage di Beppe Sala – aveva pensato di usare la performance non proprio esaltante del sistema regionale sulla gestione del Covid (per dirla con un eufemismo), come arma di campagna elettorale. I toni si dovranno abbassare, necessariamente. Da entrambe le parti: anche Moratti e Fontana, nel loro scontro ormai di mesi con Speranza e Arcuri (ammesso e non concesso che rimangano ai loro posti), dovranno poggiare a terra l’arma e fumare il calumet della pace.

 

Terzo. Se il lato più a sinistra del Pd (per capirsi, da Majorino in giù, passando per l’evanescente Laforgia) è in difficoltà (difficile digerire la presenza al governo di un leghista, anche se moderato come Giorgetti o Garavaglia), pure a destra i pasdaran non vanno per la maggiore. E così, come al solito, si gioca tutto al centro. Forza Italia, Calenda, Renzi, i civici di D’Alfonso. Le differenze non sembrano poi così insormontabili, in un momento in cui l’eccezionalità della situazione chiama trasversalità assoluta. Vedremo.

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