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Un “modello ponte” per rifare la città. Ecco la sfida immediata

Allora toccò al socialista Antonio Greppi, il sindaco della ricostruzione, prendere per mano una città gravemente ferita. Chi arriverà il prossimo autunno a palazzo Marino avrà responsabilità simili. Milano si deve preparare alla transizione, perché i primi due anni di mandato serviranno a riparare le emergenze. Prima di costruire il tanto citato nuovo modello, servirà un “progetto ponte”. Oggi l’Amministrazione gioca le ultime carte della stagione Expo, ormai finita. Il prossimo sindaco avrà molto da inventare. “Credo che Milano abbia tutto da perdere nei prossimi anni – spiega Marco Percoco, professore associato al dipartimento di Scienze sociali e politiche alla Bocconi – se non fa le cose per bene. L’apice, in termini di sviluppo, è stato raggiunto 2 o 3 anni dopo Expo, quasi in modo inconsapevole, senza un progetto preciso di attrattività della città per determinate categorie. Gran parte della politica si è focalizzata sullo sviluppo immobiliare. Della parte immateriale, della qualità della vita in città non ci si è per niente occupati. Quello che è avvenuto poi in termini di vitalità è stato frutto di un’azione collettiva assolutamente inconsapevole. Un po’ come la metafora del jazz: ognuno sembra che suoni per conto proprio ma poi c’è una certa armonia”.

 

Un’armonia che si è riverberata anche sulla regione ma oggi la città dei servizi è in ginocchio. Il settore dell’ospitalità soffre: l’occupazione delle camere nei pochi alberghi aperti oscilla tra il 5 e il 10 per cento e le strutture ricettive registrano crolli di fatturato per il 2020 di oltre l’80 per cento; in totale il calo nel settore in Lombardia potrebbe superare i 10 miliardi di euro. Almeno 1,7 miliardi di euro è il conto di Confcommercio Lombardia sulle perdite del terziario dall’inizio del 2021. “Una cifra enorme, e approssimata per difetto, per la quale le imprese ancora non hanno ricevuto ristori e non sanno con precisione quando li avranno” commenta il vicepresidente vicario di Confcommercio Lombardia, Carlo Massoletti. Ma Confcommercio non si arrende, “occorre uscire dalla logica depressiva e oggi assieme ai ristori, abbiamo due obiettivi per guardare oltre: la transizione digitale e quella ambientale, fondamentali per cambiare la cultura delle nostre imprese”.

 

Intanto Milano prova a ridisegnare gli spazi, i tempi e i modi del lavoro: la città a 15 minuti. “Vogliamo essere la prima Amministrazione a sperimentare nuovi luoghi e nuovi modi di lavorare che contribuiscano a  ridisegnare il modo di vivere e fruire della città – spiega l’assessore al Lavoro Cristina Tajani – Lo smart working ci accompagnerà anche dopo l’emergenza. Dobbiamo quindi lavorare su contrattazione collettiva e politiche pubbliche in grado di limitarne gli effetti negativi”. Per Massimo Bonini, segretario della Camera del lavoro, la proposta più adatta è quella delle “Officine territoriali, inserite nel Piano di ripresa, innovazione e sviluppo che la Cgil di Milano ha presentato in autunno. Nuovi luoghi del lavoro, comune, collettivo, di prossimità e nelle periferie, connessi alla formazione e al collocamento”. Secondo l’analisi realizzata da DAStU-Politecnico di Milano, che ha analizzato la geografia degli spazi di lavoro, il fenomeno dei coworking è prevalentemente urbano: il 51 per cento, con Milano che detiene il primato. Strutture che mostrano una buona copertura del territorio tra centro, semicentro e periferia, sviluppandosi per lo più nelle aree periferiche e sempre raggiungibili in meno di 15 minuti di bicicletta contribuendo così alla costruzione di un nuovo modello di prossimità.

 

Marco Percoco è però critico sulla proposta di una città a 15 minuti, “è una scelta molto retorica: se noi andiamo a prendere le statistiche internazionali sulla vivibilità delle città troveremo sempre in cima alle classifiche realtà che non consideriamo come Vancouver, Oakland, Zurigo. In realtà queste città sono molto alte nel ranking perché offrono moltissimi servizi alle famiglie, che sono di fondamentale importanza. Tutto ciò che serve per rendere una città attrattiva. Le città competono per l’attrazione dei talenti, non più per l’attrazione delle imprese, che possono essere localizzate ovunque. L’attrazione dei talenti punta sulla qualità della vita oltre che su buoni salari. La chiave di volta sono i servizi. Milano deve trovare la sua dimensione e fa fatica perché fino a 15-20 anni fa era la città della finanza. Ma ora gran parte delle attività si sono concentrate a Londra e Francoforte e Milano non riesce a competere”, chiarisce Percoco.

 

Una partita persa quella di Milano e della Lombardia? Certamente no, perché le risorse economiche e intellettuali non mancano, anche nel campo della ricerca. “Dobbiamo pensare in termini di ecosistemi, attorno ad una funzione bisogna costruire qualcosa e oggi la ricerca, sul territorio regionale, ha qualcosa in termini di cluster aerospaziale, biomedicale, ma non c’è una politica davvero significativa. Credo che il valore aggiunto di Milano possa essere il design e l’architettura, che vengono visti un po’ con sdegno, ma hanno punte di eccellenza. Ma non ho visto iniziative di politica industriale per sostenere questo settore. Al di là dei bonus e di via Tortona, non c’è la volontà di costruire – ad esempio – attorno al Politecnico e agli studi delle archistar un ecosistema che faccia vivere in modo significativo la città. Questo settore ha la possibilità di modificare il modo di vivere di una città”, conclude Marco Percoco. Disegnando un percorso immaginario ma non troppo che attraversa la città, dal quartiere liberty di porta Venezia, fino alla Triennale e alla nuova sede di Federlegnoarredo alla Fiera, per arrivare alla Brianza degli artigiani e delle imprese.

 

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