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“Una vita da bomber ma feci anche l’attore”

Bomber per sempre. Con quella faccia e quella voce, Roberto «Bonimba» Boninsegna è ancora bomber a 77 anni compiuti il 13 novembre 2020. Ha giocato nell’Inter 1969-1976, 281 presenze e 171 gol, vincendo lo scudetto nel 1971, conquistando la finale di Coppa dei Campioni (persa con l’Ajax) nel 1972; è stato re dei marcatori nel 1971 con (24 reti), nel 1972 (22); nel 1974 con 23 secondo dietro Chinaglia. Poi ha allungato il suo palmares alla Juventus: due scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Uefa.

Ma questa è un’altra storia. L’inizio è all’oratorio.

«Mantova, Sant’Egidio. L’oratorio era importante e ora manca un ritrovo, un luogo di aggregazione simile. Dopo la scuola tutti lì, sotto gli occhi del parroco. Si passavano i pomeriggi, non c’erano sbandamenti».

E si diventava campioni. Lei nasce attaccante?

«Ala sinistra, poi, pian piano, centravanti. Mi cercò il Mantova, ma mio padre aveva già dato la parola all’Inter. Feci due test al Redaelli con Peppino Meazza che mi promosse. Però c’era un problema».

La mamma non voleva che lasciasse casa.

«Ero figlio unico. Per due anni salivo a Milano il giovedì per allenarmi e la domenica per giocare. A 16 anni non era più possibile. Le dissi: mamma, questa è la mia carriera. Giocavo la domenica mattina e il pomeriggio andavo a San Siro a vedere i miei idoli. Mi innamorai del trio Nyers-Skoglund-Lorenzi. Vivevo nella foresteria di via Timavo. Le rare volte che uscivo era con gli amici, tra cui Bedin. Avevo paura, da solo: la città enorme mi spaventava, scappavo a Mantova non appena potevo».

L’Inter nel destino, ma ha fatto il giro largo.

«Non credettero in me. Dopo, Herrera accusava Allodi e viceversa. Classico scaricabarile. C’era la Grande Inter e io viaggiavo: Prato, Potenza, Varese. Ebbi più di un momento di tristezza. Dopo Prato, mia madre mi suggerì di chiedere al direttore sportivo di stare vicino a casa. Mi mandò a Potenza. La mamma si infuriò: non ci vai, parlo io con Allodi».

Un procuratore-mamma, che tempi.

«Eh sì, però a Potenza finii lo stesso. Non c’erano alternative. L’ultima tappa del tour fu Cagliari. Tre anni splendidi, mi ero sposato e con mia moglie stavamo benissimo. La squadra cresceva e arrivò seconda. Mi chiama Scopigno: Bobo, dobbiamo allungare la rosa e gli unici per fare cassa siete tu e Riva. Gigi non si tocca. Io volevo solo all’Inter. Il Cagliari vinse lo scudetto e noi dietro. Temetti di fare la fine di Gaetano Belloni, il ciclista eterno secondo».

E invece vinse lo scudetto con l’Inter.

«Una grande rimonta sul Milan. É il mio ricordo più bello: fui anche re dei marcatori. Erano gli ultimi fuochi della grande Inter. Abitavo alla Bovisa, comodo per Appiano. Uscivo spesso con Corso, mi fece conoscere tanti ristoranti. Ma soprattutto mi inorgoglì dicendomi: finalmente abbiamo un centravanti».

Vero, nella Grande Inter il centravanti non brillava.

«Ricordo una vignetta, credo del Guerin Sportivo, dopo il trasferimento dal Cagliari. La didascalia: arriva il decimo attaccante. Si vedeva un camposanto con dieci buche. Nove coperte, la decima, vuota, aveva il mio nome. L’Inter bruciava i centravanti».

Ma ha resistito sette anni. Poi Fraizzoli la cedette alla Juve, il famoso scambio con Anastasi.

«Un gran dispiacere, non ci volevo andare. Però, vedi sopra, c’era il vincolo. E le soddisfazioni me le presi anche lì. La Juve è una grande società, e anche allora aveva una grande squadra. L’unico scarso era Trapattoni, dicevamo, perché come tecnico era all’inizio. E poi c’era l’Avvocato. Un lunedì all’alba mia moglie mi sveglia: c’è uno che dice di essere Gianni Agnelli. La domenica non avevo giocato e la Juve aveva pareggiato. Come sta Boninsegna? Così, così. E lui: non mi interessa, domenica ci deve essere, la Juve ha bisogno di lei. Io, Benetti e il Trap, prendevamo in giro Boniperti dopo la Coppa Uefa, primo trofeo europeo della Juve: per vincere in Europa hai dovuto chiamare quelli di Inter e Milan».

Voleva chiudere nel Mantova.

«Era il mio sogno, ma saltò tutto. Andai a Verona, ma fu un anno infelice. Facevo il pendolare».

Guardando la sua biografia c’è un vuoto.

«Ho fatto nove anni di vacanza. Con mia moglie e i miei figli abbiamo girato il mondo, Brasile, Giappone, Cina. Persi i contatti. Però mi mancava il calcio così sono tornato ad allenare le rappresentative di C1 e C2 dal 1989 al 2002».

Con quella faccia ha fatto anche l’attore.

«Il monatto nei Promessi Sposi di Salvatore Nocita che era interista e propose la parte a Facchetti. Il Cipe chiama me. Gli domando: perché non la fai tu? E lui: io sono alto, bello, biondo e con gli occhi azzurri. L’ho mandato a quel paese, ma poi ho accettato. Terence Hill invece mi chiese se potevo giocare nella partita che conclude il suo “Don Camillo”. Per lui “scritturai” Pruzzo, Ancelotti e Spinosi. Finiva a cazzotti. Terence Hill è simpaticissimo».

Ora che fa?

«Il nonno. E la scuola calcio della Canottieri Mincio».

Il difensore che più la disturbava?

«Che battaglie con Rosato nei derby. Mi dava le legnate anche in Nazionale. In Messico gli dissi: ohi, siamo dalla stessa parte. E poi Morini della Juve: abbiamo cominciato a picchiarci da ragazzi al Torneo di Viareggio».

Si rivede in Lukaku?

«Mi assomiglia, ma è un po’ troppo altruista. Spero nello scudetto, altrimenti a Mantova non campo più».

Il soprannome Bonimba glielo diede Brera.

«Mi paragonava al nano Bagonghi, quello del circo. Lo affrontai nell’androne di San Siro. Lei corre insaccato con il culo basso, sembra un nano, mi spiegò. Io lo guardavo dall’alto in basso. E lui scrisse: Bonimba mi guarda male, ma sarà sempre un nano, un nano gigante. Sapeva di essere il numero 1. Aveva nomignoli per tutti. In fondo ci faceva piacere, significava far parte di un club esclusivo. Una volta abbiamo litigato sul lambrusco. Per lui non era un vino. A me, invece, piace». Prosit, bomber.

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