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Dei bravi registi rumeni abbiamo detto e ridetto: hanno storie da raccontare (serve parecchio) e sanno raccontarle (con l’aiuto dei migliori: Hbo Romania esiste dal 1998, in Italia non se n’è neppure mai parlato). Abbiamo un pregiudizio positivo. Confermato ancora una volta da “Uppercase Print” – “Stampatello maiuscolo” – di Radu Jude, giù regista dell’avventuroso e grottesco “Aferim!” (schiavi e corna nell’800, Orso d’argento alla Berlinale) e di “Cuori cicatrizzati” (poeti tubercolotici in sanatori degli anni Trenta del Novecento, sconsigliabile ai principianti). “Uppercase Print” racconta la caccia – con dovizia di mezzi, nella Romania del 1981 vengono schierati una cinquantina di informatori – allo sciagurato che osava scrivere sui muri, in stampatello maiuscolo, invocando cibo, diritti, libertà, sindacati come nella vicina Polonia. Profiling: deve aver fatto almeno le scuole medie, potrebbe essere un giovane insoddisfatto, un pensionato che ha tempo da perdere, uno dei “due o tre disoccupati che disturbano le autorità”. Parole prese dagli interrogatori e dai verbali di indagine, pronunciate con tono impassibile davanti a sfondi colorati – blu con la sagoma del condominio, rosso con la sagoma di un registratore, il grafologo con un foglietto in mano, scenette con i parlanti uno di fronte all’altro per le conversazioni telefoniche. Burocrazia e dittature passate sono già tragicomiche. Rafforzati, tra una testimonianza e un reperto, dei filmini di propaganda mostrano i primi frigoriferi, i corsi di cucina dove il formaggio viene pronunciato “kashkaval”, la coppia che divorzia dopo dodici anni (“siamo rimasti insieme per i regali di nozze”). E la campagna anticlacson, con il guidatore multato che si giustifica: “Non funzionano i freni”.

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