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Verbali di Amara, il procuratore di Milano Greco deposita al pg la relazione. Mail e documenti allegati e non omissati

Dopo alcuni giorni di raccolta di documenti e atti il procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Greco, ha depositato stamani al procuratore generale milanese Francesca Nanni la relazione sul caso dei verbali resi ai pm del suo ufficio dall’avvocato siciliano Piero Amara sulla presunta Loggia Ungheria. Vicenda che ha creato grande tensione all’interno della procura e che ha investito anche il Csm. Il pm Paolo Storari, lamentando una presunta inerzia da parte di Greco e dell’aggiunta Laura Pedio, ha poco più di un anno fa consegnato quei verbali – che erano secretati – all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo. L’ex pm di Mani pulite ha preso i verbali e poi ne ha parlato tra gli altri con il pg della Cassazione Giovanni Salvi perché a suo dire le vie formali avrebbero portato al disvelamento di tutta la vicenda. Il caso ha innescato il lavoro di diverse procure: Perugia, che indaga per associazione segreta e calunnia, Roma, per rivelazione del segreto d’ufficio (reato che ha portato all’iscruizione a Roma di Storari), Brescia competente per reati commessi da magistrati.

La relazione dovrà essere valutata dal pg Nanni che si è limitata a dire che “ci sono accertamenti da fare” per poi eventualmente trasmetterla al pg della Cassazione per una possibile azione disciplinare nei confronti di Storari che sabato sarà interrogato dai pm di Roma. Il magistrato porterà con se anche una serie di documenti per spiegare la decisione di fare avere a Davigo quei verbali, resi dall’avvocato Piero Amara tra dicembre 2019 e gennaio 2020. E poi, carte alla mano, fornirà la sua versione sia sulla a suo dire inerzia nelle indagini sulla presunta loggia Ungheria evocata dal legale siciliano, sia su contrasti con gli aggiunti Fabio De Pasquale e Laura Pedio in relazione all’inchiesta sul cosiddetto falso complotto Eni e ai suoi protagonistìi legati pure al caso Eni-Nigeria.

La procuratrice Nanni valuterà quella che è la versione dei fatti del procuratore per poi eventualmente svolgere accertamenti, compresa la richiesta di una relazione anche al pm Storari. Dopo di che la documentazione dovrebbe essere trasmessa a Salvi che, come ha annunciato nei giorni scorsi, dovrebbe avviare una istruttoria disciplinare. Non è escluso che vengta valutata anche una eventuale avocazione del fascicolo, aperto 4 anni fa e non ancora chiuso, nel quale si era ipotizzato un tentativo di depistare l’inchiesta sulla presunta maxi tangente nigeriana.

Greco – che ha allegato mail e documenti non omissati – difende l’operatore della procura e ha allegato tutta la documentazione comprese le email intercorse con Storari. Dopo le tre iscrizioni – avvenute nel maggio del 2020 – il procuratore aveva coinvolto anche l’aggiunto e responsabile dell’anticorruzione Maurizio Romanelli: gli aveva girato le carte, verbali della discordia compresi, affinché li leggesse in quanto l’intenzione era potenziare il pool di pm che si occupava del caso. Poi, in una riunione a settembre si decise di trasmettere gli atti alla procura di Perugia, perché l’ex legale esterno dell’Eni tirava in ballo diversi magistrati romani. A settembre ci fu anche un interrogatorio congiunto di Amara da parte dei pm milanesi e perugini.

Il pm per chiarire e difendere nella sostanza quella scelta di “autotutelarsi” (richiamandosi a una circolare del Csm del ’94) facendo avere nell’aprile 2020 i verbali all’allora consigliere del Csm, perché, a suo dire, il procuratore Francesco Greco ritardò per ben 5 mesi le iscrizioni di indagati, Amara compreso, a seguito delle dichiarazioni dell’ex avvocato esterno dell’Eni. Almeno una parte delle dichiarazioni erano state già valutate dalla procura di Brescia: Amara aveva fatto il nome del presidente del collegio – che poi ha assolto tutti gli imputati del processo Eni Nigeria -sostenendo che ci fosse stato un tentativo di avvicinamento. Iscrizioni che sarebbero state necessarie per fare subito approfondimenti con tabulati e intercettazioni telefoniche per oltre 70 personalità, alcune istituzionali. Senza contare che alcune affermazioni di Amara erano palesamente false e calunniose come quelle nei confronti del consigliere del Csm Sebastiano Ardita. L’altro ieri come teste, è stato ascoltato dai pm romani Davigo, il quale aveva già sostenuto che, a suo dire, non ci fu alcuna anomalia nella procedura. Testimonianza che ha riguardato anche il ruolo di Marcella Contrafatto, la sua ex segretaria che a sua insaputa si sarebbe impossessata dei verbali per poi diffonderli e che, pare, in quei mesi dava l’impressione di essere “agitata” e “oltre le righe”.

Intanto oggi in procura si è presentato il presidente della commissione antimafia Nicola Morra che ha, “per le vie formali”, informato la Procura di Roma “di fatti relativi alla questione Amara-Davigo” di cui era “a diretta conoscenza”. “Recenti vicende afferenti il mondo della magistratura – spiega il presidente dell’Antimafia su Fb – hanno dimostrato quanto vi sia necessità di una profonda, severa, riflessione sull’amministrazione della giustizia nel nostro paese. Che si indugi su tale dimensione, fondamentale per la salute della democrazia stessa, testimonia della difficoltà di riformare un ambito meritevole di essere liberato dal soffocante abbraccio della partitocrazia. Se 1/3 dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura è eletto dal Parlamento, come si realizza quella separazione dei poteri fondamentali dello Stato su cui si fonda l’indipendenza degli stessi?”. “In una società che ha permesso poi, senza un’adeguata normazione del conflitto d’interessi, che fra editoria e potere economico e politico vi sia una commistione imbarazzante che impedisce al giornalismo ed all’informazione di essere il “quarto potere” di garanzia per la democrazia, si è consentito di fatto di trasformare la democrazia in un regime in cui libertà e diritto scomparivano sotto la scure di interessi particolari e forti. Ritengo pertanto che la prima riforma necessaria per restituire ai cittadini fiducia nelle istituzioni repubblicane sia, appunto, quella volta a rendere la giustizia efficace e libera, imparziale e celere. Sono decenni che la si attende, e nessuno al Governo ha mai avuto il coraggio di tentarci. Questa è la vera rivoluzione culturale e politica da operare, altrimenti la giustizia rimarrà una questione…di classe”.

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