“verde-porpora”-e-il-casoretto-di-franco-loi

“Verde Porpora” e il Casoretto di Franco Loi

“La vedi laggiù all’angolo? Quella sarà la tua nuova casa”. Dalla finestra di Massimo sembrava un rudere, l’intonaco scrostato e i serramenti marci. Un mese dopo l’ho comprata, il peggiore azzardo della mia vita, ora lo posso dire, l’architetto è stato bravo ma l’ho tirato scemo, sposta quel muro, alza il solaio. Alla fine l’abbiamo sventrata e tra un guaio e l’altro ci son voluti quattro anni di candele accese all’Abbazia del Casoretto davanti al trittico del Liberale, il pittore col più bel nomignolo mai sentito, anche se forse al mio cantiere sarebbe servito un dittatore. Tra un sopralluogo e l’altro ho iniziato a conoscere la zona, sempre in tasca un libro di Franco Loi, il poeta del Casoretto e la sua immagine della donna che camminava su via Porpora colle mani alzate e “camina ’m’ ind i sogna”, alle spalle piazzale Loreto e la guerra e gerarchi presi a calci e sputi da quelli che prima li avevano esaltati.

 

Il tempismo è tutto, come traslocare nei giorni del lockdown e ritrovarsi in un quartiere deserto senza Spazio Tadini o i tavoli del Fiocchi, le serate da Mirta o a Campo Teatrale e proprio niente da fare se non guardarsi attorno. Con le sue case basse il Casoretto è una piccola Brooklyn e come il resto di Milano è uno sballo per maniaci di architettura, quelli che passano il tempo a postare edifici su #ForgottenArchitecture, come il palazzo brutalista di Roberto Morisi o il transatlantico rosso in via Catalani o la chiesa di San Luca Evangelista di Gio Ponti, con quella luce che inazzurra le pareti, non lontano dal cinema abbandonato all’inizio di via Lambrate. Mariarosa Mancuso se lo ricorda bene, fino a poco tempo fa abitava proprio qui, già sognavo una sua rassegna nella sala del Nuovo Cinema Casoretto, da Zalone a Truffaut, col dibattito a fine proiezione, invece se n’è andata a stare sui Navigli.

 

Per fortuna almeno ci ha presentato Stefano e Berta, due nuovi amici che non sbagliano un colpo, lui è bibliofilo e tuttologo e non smette mai di scrivere, lei cambia di continuo gli arredi, le lampade, la posizione dei divani, tutti a Casoretto han visto la loro grande vetrata al piano terra, quei libri e le luci soffuse che d’inverno ti ci vorresti rifugiare. Nei pomeriggi d’estate il giardino è un trionfo di ortensie davanti al palazzo bianco disegnato da Giovanni Muzio, infatti l’è minga brut e poi via Ampère è tra le vie più belle di Milano, “di tilli che grapelavan d’un dulc smucciûs”, l’han messa a posto quest’estate coi cordoli in serizzo e da un lato c’è quella pasticceria che fa la tarte tatin più gustosa della città. Secondo Paolo, poeta e militante, la tatin non può bastare. Per migliorare il quartiere noi del Casoretto dovremmo annettere un paio di cose, tipo via Monte Nevoso dove c’era il covo delle Brigate Rosse e a sud il grissinificio Edelweiss e un pezzo di viale Lombardia fino alla gelateria che fa la crema coi tuorli veri e la galleria di Massimo De Carlo in quella casa del Portaluppi rinnovata da Lorenzo Bini insieme a un famoso architetto di cui dimentico sempre il nome.

 

Per avere più verde dovremmo annettere via Chávez, “oh quantu ciel! Quant’aria!”, come via non interessa a nessuno ma ci darebbe un accesso diretto al Parco Trotter. Vuoi mettere fare jogging senza mai uscire dal Casoretto? Intanto abbiamo preso una decisione. In attesa dell’annessione, faremo di via Porpora il polmone verde del quartiere. Marciapiedi, ciclabile e piante. Dice Paolo che per scuotere il sindaco basta fare un comitato e raccogliere mille firme, un bel cadeau per Beppe Sala a tre mesi dalle elezioni. Bisogna provarci, “tentà l’è mèj, cume che tenta i stèll”. Ci è venuta un’ideuzza che manco a Stefano Boeri, realizzeremo il pergolato più lungo al mondo, ben duemila metri da Loreto alla stazione di Lambrate e altrettanti a tornare e solo glicine, avete capito, un filare di wisteria floribunda. Color porpora, naturalmente. Fiorito sarà uno spettacolo.

 

Dobbiamo capire gli incroci ma Claudia e Giacomo, gli architetti del comitato, certo troveranno una soluzione, sono giovani e brillanti, non a caso il loro studio si chiama Fosbury Architecture come quel Dick che inventò il salto in alto di schiena, lo presero per scemo e invece vinse l’oro alle Olimpiadi. Il nome del comitato c’è già: Verde Porpora. Me lo sono inventato io e sono certo che spacca. “Più verde, più sicura, più tua”, lo scriveremo sui volantini alla festa di lancio della campagna purpurea che faremo allo Spazio Martín dove stanno tre creativi, Francesco è architetto, Roberto è designer e Fulvia è la pittrice più fauve del momento, si fa chiamare MissGoff Etown e ogni giorno appende un’opera al muro ed è sempre un trionfo di colori. Già mi vedo i suoi quadri dedicati al pergolato e i nostri gadget, cappelli di glicine intrecciato e tisane di glicine, un trionfo di flower power e ovviamente il concerto degli Addict Ameba, l’unica band del Casoretto, per ballare solo musica afrobeat. Il quartiere in festa per una notte intera come nei versi di Franco Loi, “in dapertütt balera! Milan che balla!”. Sarà impossibile restarsene in casa e anche Silvia Romano, che vive giusto all’angolo, tra una birretta e un gin tonic di certo verrà a farsi un giretto tra noi. Sono certo che ce la faremo, me l’ha detto Jeff Koons, il più grande artista vivente, ex marito di Cicciolina.

 

Lo adoro da quando facevo interviste ai grandi personaggi del Novecento e passai due ore con Cicciolina solo per chiederle di lui, “non vuoi sapere proprio niente di me, cicciolino Corrado?”. Da dieci giorni mi sono iscritto al suo master, il corso più bello che io abbia mai fatto. Dal suo favoloso studio, giacca blu e maglioncino in tinta, Koons mi ha spiegato, fissandomi negli occhi, che è arrivato il momento di credere in me stesso. “Solo tu puoi cambiare il mondo, credi nella potenza delle tue idee”. Mi ha insegnato l’importanza di pensare in grande e infatti il nostro pergolato mi ha subito ricordato il suo enorme e stupendo Puppy. Il vero ispiratore di Verde Porpora è proprio lui e convinceremo il sindaco e pure il candidato sindaco e quando verranno da ogni dove a vedere la nostra impareggiabile fioritura, allora il Casoretto sarà l’emblema di una nuova stagione di sostenibilità e i nipotini della signora “che va cuj man alzà” potranno correre spensierati sotto il glicine fiorito perché il tempo della pandemia sarà finalmente alle spalle.

 

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *