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“Vi spiego cosa c’è dietro il ‘boom economico’ della ripresa italiana”

“Ho la sensazione, anzi è più che una sensazione, che siamo alla vigilia di un nuovo boom economico. Il rimbalzo, come tasso di crescita del Pil, sarà più vicino al 5 che al 4% previsto. E forse persino qualcosa più del 5%”. La previsione è di Renato Brunetta ma l’attuale ministro della Pubblica Amministrazione è stato anche un economista e, quindi, in teoria le sue previsioni acquistano un valore maggiore. Anche perché le “più che sensazioni” di Brunetta sono corroborate da indicatori che sembrano unanimemente confermare una tendenza ben precisa: la ripresa economica dopo la tragedia del coronavirus sta arrivando davvero.

Ma l’Italia è davvero alla vigilia di un nuovo boom economico?

Prima di tutto ci sono i numeri. L’Istat a giugno rivede le stime sull’economia italiana e prevede “una sostenuta crescita” del Pil sia nel 2021 (+4,7%) sia nel 2022 (+4,4%). Meglio di quanto previsto dal governo Draghi nel DEF. L’istituto evidenzia “un consolidamento del processo di ripresa dell’attività economica con una intensità crescente nei prossimi mesi”.

Lo scenario “incorpora gli effetti della progressiva introduzione degli interventi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’evoluzione dell’occupazione sarà in linea con quella del Pil, con una accelerazione nel 2021 (+4,5%) e un aumento nel 2021 (+4,1%)”. L’andamento del tasso di disoccupazione rifletterà invece “la progressiva normalizzazione del mercato del lavoro con un aumento nell’anno corrente (9,8%) e un lieve calo nel 2022 (9,6%)”.

Segnali di ripresa anche per i consumi grazie alle riaperture e all’uscita dal lockdown soft imposto dal governo Conte e proseguito con Draghi mentre torna a crescere dopo i mesi orribili della pandemia la fiducia delle famiglie. E la produzione industriale? L’indice destagionalizzato “supera i livelli prepandemici di febbraio 2020. Tutti i principali settori di attività registrano incrementi su base mensile, tra cui spicca quello osservato per i beni strumentali. La crescita più ampia caratterizza i settori delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (+363,2%), della fabbricazione di mezzi di trasporto (+327,3%), delle altre industrie (+160,9%), della fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche (+149,3%) e della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (+132,8%)”.

Tutto va bene e – soprattutto – tutto andrà meglio a breve insomma? “In realtà bisognerebbe conoscere la differenza tra un rimbalzo, che in questo caso è enorme perché veniamo da un abisso, e un aumento permanente e strutturale del potenziale di un’economia”, spiega a Today Mario Seminerio, esperto di economia e gestore del blog Phastidio. “Di cosa è fatta la ripresa di oggi lo sapremo solo tra qualche anno”, aggiunge, anche se un segnale positivo comunque c’è: per ora, a differenza del passato, il rimbalzo è robusto. Così come l’Italia di solito quando l’economia europea cresce, tende a crescere meno degli altri, al Belpaese succede anche che in tempi di recessione perda di più e poi, al momento del rimbalzo, cresca di meno. “Il cosiddetto rimbalzo del gatto morto”, dice. “Se questa volta il rimbalzo dovesse essere positivamente violento, sarebbe un’eccezione alla regola. Dopodiché bisognerà implementare il PNRR e vedere come reagisce il paese”.

Un rimbalzo non è crescita

Il punto è però che bisogna sempre distinguere tra crescita strutturale (e conseguente spostamento delle frontiere produttive di un’economia) e congiunturale, “così come bisogna distinguere tra verità e propaganda”. E anche notare che le previsioni di oggi sono effettuate con modelli econometrici molto simili per variabili, ponderazioni e così via: “Non è sorprendente che diano risultati praticamente identici anche in virtù dei numeri che sembrano robusti: la concordanza dei numeri non è una notizia visto che utilizzano metodologie molto simili per non dire identiche”.

Per ora i numeri ci sono, ma vanno confermati: “I dati di aprile della produzione industriale, per esempio, possono essere dovuti a una ricostituzione delle scorte. In più c’è da segnalare che impatto avrà l’aumento dei costi delle materie prime e i colli di bottiglia nelle catene di fornitura e di approvvigionamento. Le aziende già oggi dicono di avere margini in compressione visto che i costi di produzione crescono di più rispetto ai prezzi al consumo. Questo non è un problema solo italiano ma globale. E se invece i costi si trasferissero sui prezzi al consumo si potrebbe generare una distruzione della domanda. L’impulso espansivo violento ha in sé i germi dell’autodistruzione – o almeno di calmierarsi”.

Bisogna però anche notare che la crescita della produzione industriale comprende le macchine da trasporto e questo di solito è un indice della ripresa dell’export. Questo significa che produciamo per vendere all’estero e questo non può che far bene all’economia italiana oltre a essere evidentemente un riflesso del fatto che la ripresa è globale: “Certo: la filiera dell’automotive è globale, noi siamo integrati e quindi nel bene e nel male siamo a leva: quando si gela tutto perdiamo di più, quando riparte tutto – la capacità di assorbimento da parte del mercato domestico non è ampia – una parte importante di produzione va in export. Ed è correlato alla ripartenza delle filiere globali”.

La differenza tra congiunturale e strutturale

C’è di più, riflette Seminerio: è altamente probabile che sia questo il dato che, dato in pasto ai modelli econometrici, ha prodotto i grandi numeri delle previsioni. “Per questo serve cautela: un dato non può bastare anche se nei prossimi mesi dovremo vedere se i colli di bottiglia non metteranno a rischio la domanda globale. I dati dei prossimi due o tre mesi ci diranno di più sulla tendenza globale”, visto che il possibile aumento dei costi di produzione potrebbe distruggere parte della domanda e impattare sui nostri settori più a leva sul mercato internazionale.

“Il tormentone dei prossimi mesi sarà la crescita dell’inflazione e la sua transitorietà (o meno). Anche io sarei incline a considerarlo transitorio e causato dall’aumento di domanda e dall’offerta strozzata”. E poi c’è da considerare un fattore politico che arriva dall’altra parte dell’oceano: in paesi come gli Stati Uniti in questo momento c’è un orientamento ideologico che vuole privilegiare il lavoro rispetto al capitale. Questo vuol dire che l’offerta di lavoro potrebbe irrigidirsi proprio a causa delle erogazioni e dei sussidi che la disincentiverebbero – sempre che il Congresso conceda a Biden di dare seguito agli annunci – e questo potrebbe spingere le aziende a spostarsi sull’automazione e su investimenti labour saving che andrebbero a colpire il lavoro aumentando la disoccupazione”.

Ma il combinato disposto dell’aumento dei prezzi e della protezione politica del fattore lavoro, anche sui rinnovi contrattuali i lavoratori potrebbero chiedere compensazioni alla restrizione del potere d’acquisto: “Ma prima bisognerà vedere se Biden avrà il via libera: anche nel suo partito non sembra per adesso che vada tutto liscio. Tra quello che vuole fare e quello che riuscirà davvero a portare a casa probabilmente alla fine ci sarà una bella differenza”.

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