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Fermezza con la Russia e commercio con la Cina: tutte le divergenze tra Scholz e Baerbock

La svolta della Germania in politica estera procede in maniera incerta: colpa dei contrasti tra il cancelliere Scholz e la ministra degli Esteri Baerbock. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

Se la Zeitwende tedesca, la svolta epocale in politica estera annunciata all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, sta procedendo in maniera incerta è anche dovuto ai contrasti che dividono i suoi due principali interpreti istituzionali: il cancelliere Olaf Scholz e la ministra degli Esteri Annalena Baerbock.

La diarchia non sembra fare bene alla fluidità dell’azione di Berlino. Tra i due esponenti politici non c’è piena sintonia, piuttosto strappi e aggiustamenti. Ormai non si contano più le dichiarazioni dell’uno, smentite o corrette poche ore dopo dall’altro, in un susseguirsi di sospetti e dispetti che mettono in gioco l’affidabilità della politica estera tedesca.

LE STOCCATE DI BAERBOCK A SCHOLZ

Il fastidio del cancelliere per le continue stoccate della sua ministra, sussurrato dietro le quinte dagli uomini del suo entourage, rimbalza sui media tedeschi senza più cautele. Sebbene da parte di Scholz non sia mai stata profferita alcuna parola di malessere nei confronti dell’ex leader dei Verdi.

Per ultimo ci si son messe pure le feste del Carnevale, appuntamento molto vissuto soprattutto nella Germania renana, che vede i politici alla ribalta di siparietti cabarettistici. Partecipando a uno di essi, Baerbock ha sollazzato l’uditorio raccontando di aver rinunciato a travestirsi da leopardo per timore che la Cancelleria le negasse l’autorizzazione per i prossimi viaggi di Stato. Il tira e molla sull’invio dei carri armati “Leopard” si era concluso appena pochi giorni prima. Pare che Scholz non abbia apprezzato.

DISTANZA PROFONDA

Leggerezze carnevalesche a parte, che si tratti dell’invio di armamenti all’Ucraina, delle promesse di un suo rapido ingresso nell’Ue, della strategia di sicurezza nazionale, della nettezza nel confronto con Putin e finanche dei rapporti commerciali con la Cina, le posizioni di Baerbock e Scholz risultano sempre divergenti e quasi non sembrano riconducibili a uno stesso governo.

E non si tratta solo di sfumature: l’impressione è che i compromessi su cui si fonda la politica estera comune della cosiddetta “coalizione del semaforo” siano ogni giorno di più un terreno instabile. Per non parlare dell’ultimo progetto partorito da Baerbock, la promozione di una “politica estera femminista”, che dovrebbe consistere nella promozione in altri paesi della “pari rappresentanza e partecipazione” delle donne nella cultura, nella scienza, nella ricerca, nell’istruzione, nello sport e nei media, o nel collegamento degli “aiuti umanitari sensibili alle differenze di genere”. I virgolettati sono estrapolati dal documento che sintetizza  appunto il progetto di una politica estera femminista, “con principi chiari ma anche con il necessario pragmatismo”, presentato proprio ieri a Berlino.

La Frankfurter Allgemeine Zeitung lo ha commentato così: è l’etichetta di Baerbock, ma è un concetto che era stato inventato dagli svedesi, i quali l’hanno nel frattempo messo da parte e che butta all’aria quel principio di non ingerenza che sta alla base del mondo moderno degli Stati. Una critica probabilmente condivisa anche dalle parti della Cancelleria.

Ma anche laddove la linea appare comune e non contestata, come per la Zeitwende, a far litigare Scholz e Baerbock sono i ritmi e i tempi della sua messa in pratica: tanto appare temporeggiatore e prudente il cancelliere, tanto dinamica e impetuosa la ministra. Differenze di contenuti si sommano alla competizione sulle sfere di competenza, più difficili da rimarcare da quando la politica estera è entrata a pieno titolo nella sfera d’azione dei capi di governo. Ma a complicare il rapporto ci si mette soprattutto il carattere dei due politici, che non potrebbe essere più diverso e si riflette anche nel modo di comunicare: empatico e spontaneo quello di lei, controllato e compassato quello di lui. Baerbock comunica per immagini e ha sempre una visagista che l’accompagna in oggi viaggio, Scholz si affida alle parole, un problema per uno dal tono monocorde come il suo: “È più eccitante guardare l’acqua che bolle in una pentola”, scrisse tempo fa un inviato del New York Times.

Oltre ai temperamenti c’è naturalmente anche la politica. E se Scholz deve trascinare la sua Spd (e un po’ anche se stesso) dalle posizioni filorusse dei decenni scorsi in una sorta di terra incognita, i Verdi accelerano sul cambiamento forti di una posizione che è sempre stata scettica nei confronti degli Stati totalitari. A cominciare da Mosca.

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