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L’arma più efficace e veloce per combattere e abbattere il patriarcato

 

All’inizio della primavera del 1961, sessant’anni fa, “L’appartamento” di Billy Wilder vinse cinque Oscar: film, regia, sceneggiatura originale, montaggio e scenografia. Jack Lemmon, Shirley MacLaine e Fred MacMurray – gli attori – non vinsero nulla, ma avrebbero dovuto. Quando l’ho rivisto l’altra sera ho pensato che raramente un film ha inquadrato in modo così preciso il tema dell’ingiustizia di genere, mostrando come funziona il potere e in che modo riproduce sé stesso. In questi tempi di critica al maschilismo, il film mostra quali siano i meccanismi culturali e antropologici per cui i maschi continuano a promuovere i maschi e a relegare le femmine in ruoli di servizio e custodia. Non è soltanto questione di solidarietà maschile. È un meccanismo più profondo, spesso non intenzionale o consapevole, che ha a che fare con l’idea che tutti – maschi e femmine – abbiamo della società e del suo buon funzionamento.

 

 

C. C. Baxter (Lemmon) è un oscuro impiegato della Consolidated Life, una mastodontica compagnia di assicurazion di New York. Per indole gentile e per fare carriera, presta il suo appartamento ai suoi capi perché ci portino le amanti. Per incastrare gli appuntamenti deve i fare salti mortali, bullizzato dai capi che lo chiamano Bud – Cicciobello in italiano – e lo costringono a rimanere in ufficio fino a notte inoltrata in attesa che finiscano o a girovagare sotto la pioggia per ore anche quando ha la febbre. La notizia arriva al direttore del personale Jeff D. Sheldrake (Fred MacMurray) che chiede l’appartamento per portarci l’amante Fran Kubelik (Shirley MacLaine), la ragazza dell’ascensore di cui C. C. Baxter è innamorato. In cambio Baxter viene promosso a vicedirettore. Lo schema salta la notte della vigilia di Natale quando Fran, illusa e disillusa da Sheldrake, tenta il suicidio nell’appartamento di Baxter che, dopo averla salvata, si ribella al sistema di cui è stato complice, conquistando l’amore della ragazza.

 

L’appartamento descrive una struttura di potere chiusa di cui i maschialcuni maschi, i prepotenti – sono i beneficiari e le femmine – amanti, segretarie o mogli sono vittime e vestali, comunque in qualche modo complici. Il sistema gerarchico che intrappola Fran e Bud funziona come un testo che utilizza ogni spazio, vestito o battuta come un rituale per perpetuare sé stesso e ribadire i valori su cui è fondato. Lo dice benissimo Fran Kubelik a C. C. Baxter parlando di Sheldrake: “Lui è uno che prende. Alcune persone prendono, altre vengono prese. E lo sanno che vengono prese, ma non possono farci niente”. Il mondo è diviso, insomma, tra predatori e prede. Si nasce in un modo o nell’altro, e non c’è niente da fare. Il dubbio che insinua il lieto fine, però, è che non è detto che il cacciatore vinca sempre e che la preda sia sempre destinata a soccombere. Ci si può anche ribellare, dicendo “No” o innamorandosi di un’altra preda invece che del predatore.

 

Ma Wilder suggerisce una domanda ancora più profonda, quasi indicibile, sulla natura del potere e sulla sua utilità. Il sistema della Consolidated Life – ma accade in ogni grande struttura, azienda o ministero – si fonda sull’inefficienza programmatica, perché chi comanda non deve fare funzionare meglio le cose, ma solo consolidare, difendere ed esibire il proprio potere. E perpetuarlo, promuovendo soltanto chi aderisce ai suoi valori fondanti: furbizia, senso della gerarchia, ubbidienza e sopraffazione. Il film dice che abbiamo identificato la potenza con la prepotenza. È questo l’atto di fede su cui si basa la società, di cui il dominio dei maschi sulle femmine è una manifestazione, la più evidente. Ma non lo abbiamo fatto perché i prepotenti siano più capaci o perché migliorino il mondo. Lo facciamo per paura e convenienza, ancora bloccati alle nostre origini animali, all’idea così radicata da sembrare naturale che debba comandare quello che mostra più forza.

 

Ma chi sembra forte lo è davvero? Lo è per gli altri o solo per sé? Ed esistono altre possibilità di leadership? Il leader deve per forza essere stronzo? E la leader deve avere le palle? La critica femminista alla segregazione di genere – perché è alla segregazione razziale che il patriarcato assomiglia – denuncia giustamente la sopraffazione millenaria degli esseri umani di sesso maschile su quelli di sesso femminile, ma non mette in discussione il fondamento su cui quell’ingiustizia si basa, e che colpisce tutte le femmine e la maggior parte dei maschi. Pretendere che siano le donne a criticare questa pratica del potere è sbagliato, sessista a suo modo, visto che i maschi per millenni ci si sono accucciati, godendone i vantaggi. Dovrebbero farlo tutti gli umani. Ma per combattere e abbattere il patriarcato l’arma più efficace e veloce sarebbe smetterla di innamorarsi di Jeff D. Sheldrake e cominciare a considerare un gran fico C. C. Baxter, detto Ciccibello.

 

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