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Servizio civile, la protesta degli enti: “Il governo taglia i fondi mentre aumenta le spese militari”. Coinvolti 16mila giovani in meno – Il Fatto Quotidiano

“La politica parla di un’urgenza rispetto alla partecipazione civica dei giovani: poi vengono fatte proposte come la naja e non si potenzia invece uno strumento già previsto con questa finalità”. Laura Milani, presidente della Conferenza nazionale enti per il servizio civile, commenta così a ilFattoQuotidiano.it la sforbiciata al servizio civile universale decisa con la prima legge di Bilancio del governo Meloni. Anche considerando i fondi aggiuntivi previsti dal Recovery plan – 217 milioni nel 2022, 216 per il 2023 – si tratta di un taglio di 200 milioni. Eppure lo scorso 19 settembre, in un’intervista a Vita, magazine di riferimento del volontariato, la premier avesse evidenziato la necessità di “prevedere lo stanziamento triennale di risorse strutturali per il Fondo nazionale per il servizio civile, così da permettere ai tanti giovani che ne fanno richiesta di vederla accolta anziché rigettata per mancanza di risorse”.

Ventimila giovani in meno – Nel 2022 ai 311 milioni previsti in manovra si sono sommati 217 milioni a valere sul Pnrr. Quest’anno, la legge di Bilancio stanzia solo 111 milioni, più altri 216 di risorse europee. Risultato: dalle 71.000 posizionidel bando 2022, nel 2023 si passerà circa 55.000. Per il 2024 e il 2025 si scenderà ancora, arrivando a circa 25.000. “Questo disinvestimento nel servizio civile appare quantomeno contraddittorio: il rischio è di avere proposte di propaganda come il servizio di leva invece che reali investimenti su strumenti che già esistono e funzionano”, chiarisce Milani. Il taglio dei fondi per una delle politiche giovanili per eccellenza stride con le rivendicazioni della premier, che durante la conferenza stampa di fine anno ha sostenuto che con la manovra “abbiamo scelto di spostare il grosso delle risorse sul futuro, sui giovani”.

Il problema si manifesterà soprattutto nel lungo termine, argomenta Milani. “La legge di Bilancio non garantisce una reale programmazione” – dice – “Se si voleva andare verso una reale universalità, cioè permettere a tutti i giovani che lo desiderano di accedervi, sicuramente doveva essere sostenuta da risorse che permettessero di superare questo regime di incertezza e precarietà”. Per il 2024 e il 2025 sono stanziati 150 milioni. L’appello della Conferenza nazionale enti per il servizio civile è chiaro: “Insieme a CSVnet, alla Rappresentanza nazionale dei giovani e al Forum servizio civile nazionale chiediamo al governo di aumentare i fondi da 111 milioni a 285 milioni per il 2023 e a 500 milioni per i successivi due anni”.

Un’armata non violenta – La riduzione dei fondi comporta anche un problema logistico non indifferente. “Anche per gli enti sarà più complesso investire nel servizio civile”, spiega Milani, che sottolinea come si potrebbe creare una dinamica poco auspicabile. “Se i soldi a disposizione sono scarsi, si alimenta la competitività tra gli enti. Tutto il contrario rispetto allo spirito di cooperazione del servizio civile”. Davanti alle diverse problematiche sociali ed economiche, ammette Milani, è comprensibile che il servizio civile non sia al primo posto tra i pensieri dell’esecutivo. Ma “ce ne sarebbe molto bisogno in questo periodo storico. Come società pensiamo che il servizio civile abbia una finalità pubblica: promuovere il senso di appartenenza, i diritti e favorire l’inclusione sociale”.

Si tratta di un investimento: le esternalità positive dei 12 mesi di impegno nei settori dell’assistenza (che assorbe in media il 60% dei volontari), della protezione civile, dell’ambiente, del patrimonio artistico e culturale o dell’educazione ricadono sulla società tutta. “Va visto come una opportunità che va anche al di là delle politiche giovanili”, ragiona la presidente Cnesc, che evidenzia come un servizio civile funzionante e in salute dal punto di vista economico sia anche uno scudo culturale per il paese. “A fronte di spese militari che continuano a crescere, il servizio civile è una forma di difesa del Paese: è un’armata non violenta”. Dunque “serve un cambio di passo, che porti a un miglioramento stabile dell’istituto”, conclude.

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