Chi ha aiutato Unabomber, il terrorista che colpiva i bambini

Fabrizio Gatti Direttore editoriale per gli approfondimenti 25 marzo 2023 05:00

L’unica volta che stavano per prendere Unabomber, nel duomo di Motta di Livenza vicino a Treviso, una talpa ha fatto rubare la chiave del tabernacolo: proprio lì, polizia e carabinieri stavano per nascondere la telecamera che l’avrebbe smascherato. Erano passate appena poche ore dalla riunione segreta che aveva pianificato la trappola. E il messaggio era chiaro: qualcuno, ben informato, proteggeva Unabomber.

Le circostanze, come vedremo più avanti, sono incredibili. Ma nessuno è più andato cosi vicino a colui che, ancora oggi, è il ricercato numero uno del Nordest. Tre dei dieci feriti erano bambini, quando furono coinvolti a caso nei suoi attentati che hanno insanguinato la fine del Novecento e l’inizio degli anni Duemila. Il loro corpo ricorda ogni giorno il momento dell’esplosione: hanno perso la vista, le dita, o tutta la mano. Eppure, archiviata la paura, l’Italia si è dimenticata di loro. E anche del misterioso terrorista, che – se non è morto nel frattempo – vive libero in mezzo a noi.

Unabomber, l'ordigno nascosto in una confezione di uova a Portogruaro

Unabomber ha sempre colpito in Veneto e in Friuli Venezia Giulia. Comincia nel 1994, negli stessi mesi in cui l’inchiesta milanese di Mani pulite e la fine della Guerra fredda aprono la strada alla seconda repubblica italiana. E l’epoca, forse, non è del tutto una coincidenza. Il terrorista lascia ovunque i suoi ordigni fatti in casa. Li dissemina nei parchi e nelle strade frequentate da scolari. Nelle chiese e nei cimiteri. Trasforma uova (foto sopra), tubetti di maionese e vasetti di cioccolata. Farcisce con fiale piene di nitroglicerina confezioni di bolle di sapone, pennarelli colorati, bombolette di stelle filanti e candele. Riempie con circuiti elettrici ed esplosivo insospettabili tubi di ferro, gettati nelle aiuole o sulle spiagge d’estate, in modo che qualcuno li raccolga e rimanga mutilato. Costruisce perfino una bomba in bottiglia con dentro un messaggio e l’abbandona sull’acqua alla foce del fiume Livenza, perché venga ritrovata sugli scogli di Caorle. L’apertura del tappo innesca la carica che ferisce gravemente una coppia di fidanzati. È il 6 maggio 2006, un sabato. Poi Unabomber si ritira nel silenzio.

L’inchiesta, ora riaperta dalla Procura di Trieste, potrebbe finalmente risolvere il caso. Oppure seppellirlo per sempre. La novità ruota intorno a un capello e alle tracce di saliva trovati nella confezione di uova, rimessa da Unabomber sugli scaffali di un supermercato a Portogruaro, in provincia di Venezia. L’uomo che l’ha poi comprata l’ha consegnata ai carabinieri, quando ha notato i fili dell’innesco che, per fortuna, questa volta non ha funzionato: un uovo era stato bollito e farcito di esplosivo. Oggi le nuove tecniche di estrazione del Dna dal capello e dalla saliva potrebbero dare le risposte che mancano. Sempre che i reperti biologici appartengano a qualcuno degli undici indagati, scelti per scrupolo dai magistrati tra i sospettati di allora. Tutti nomi entrati e usciti dal fascicolo per mancanza di prove.

La denuncia di Francesca Giraldi e Greta Momesso

L’avvio di nuove indagini è stato sollecitato da due delle vittime. Francesca Giraldi, 29 anni, ne aveva nove quando il 25 aprile 2003, durante una passeggiata con la mamma lungo il Piave, ha visto per terra un pennarello colorato. Lo scoppio l’ha mutilata per sempre al braccio e all’occhio destro. Lei è convinta che Unabomber fosse lì vicino e abbia fatto in modo che il pennarello esplosivo venisse raccolto proprio da una bambina. Era piccola anche Greta Momesso, 24 anni, investita il 13 marzo 2005 dall’esplosione di una candela elettrica nel duomo di Motta di Livenza (foto sotto). L’inchiesta che ha portato alla riapertura del fascicolo non l’hanno fatta polizia e carabinieri. L’ha pubblicata un giornalista, Marco Maisano, autore del podcast “Fantasma – Il caso Unabomber”.

Unabomber, la candela elettrica esplosa a Motta di Livenza

Il soprannome al misterioso terrorista viene dato dai giornali, che prendono spunto da Ted Kaczynski, 80 anni, il killer solitario condannato all’ergastolo negli Stati Uniti. Le analogie finiscono qui. Nessuno, però, può escludere che in Italia ci siano più Unabomber: tra le ipotesi, anche quella di una squadra clandestina legata alle attività di Gladio, l’organizzazione paramilitare che in Veneto era stata infiltrata dai terroristi neofascisti di Ordine nuovo. Uno dei primi magistrati a occuparsi degli attentati di competenza della Procura di Venezia è infatti Felice Casson, lo stesso che tra difficoltà e depistaggi ha scoperto e smantellato la rete segreta di Gladio.

Gli ordigni, comunque, sembrano confezionati da una sola persona, con una buona esperienza nel maneggiare esplosivi: fabbricare nitroglicerina senza adeguate competenze è pericoloso per chiunque. Ma, sostengono gli investigatori che negli anni si sono occupati del caso, Unabomber sembra anche guidato dalla paranoia. Secondo la loro analisi parte delle date, come il 25 aprile, e dei luoghi scelti per gli attentati, come il Piave, hanno a che fare con la vittoria. Un concetto richiamato perfino dall’etichetta del vasetto di cioccolata esploso la sera del 23 luglio 2002, a Porcia in provincia di Pordenone, questa volta senza provocare feriti: “I francobolli delle grandi vittorie”, è scritto nel reperto numero 10 (foto sotto).

Unabomber, l'etichetta della confezione di cioccolata esplosa a Porcia (Pordenone)-2

Ventinove ordigni ritrovati. Venti esplosi, nove no. Tutti piazzati in una fascia ristretta di comuni. La città più grande è Pordenone, dove scoppia anche lo sciacquone del bagno del Tribunale (foto sotto). La località più turistica presa di mira è Lignano. Lì in mezzo, Motta di Livenza e il suo fiume sono al centro della geografia di attentati. Il paese di diecimila abitanti viene colpito due volte. La prima è venerdì 2 novembre 2001, giorno dei morti. Quel pomeriggio una pensionata, Annita Buosi, va al cimitero a pulire le tombe. Vede un cero spento. Si china per accenderlo. Non appena lo solleva, il cero esplode. Lei finisce all’ospedale con lesioni agli occhi, lacerazioni alle mani e ustioni al viso e al torace. Il secondo attentato, domenica 13 marzo 2005, ferisce la piccola Greta. Terminata la messa nel duomo, la bimba accende una candela sotto l’altare della Madonna. “La carica era costituita da nitroglicerina – scrivono i carabinieri nel rapporto – . Al momento dell’inserimento della candela nel candelabro, l’alimentazione della corrente elettrica ha permesso la chiusura del circuito e la conseguente esplosione”.

La talpa in duomo a Motta di Livenza

Passa un anno e gli investigatori della squadra interforze, formata da polizia, carabinieri ed esperti, si convincono che Unabomber prima o poi tornerà a colpire proprio nella chiesa principale di Motta di Livenza. Concluso il periodo dei tubi metallici e delle trappole destinate ai bambini, un filo logico lega i luoghi di culto: il cero al cimitero, la candela alla Madonna, il confessionale, un inginocchiatoio. La caccia è un calcolo di probabilità: il prossimo obiettivo potrebbe essere il tabernacolo del duomo, nel paese dove il terrorista si muove facilmente senza farsi notare. Durante la riunione decidono quindi di nascondere una microtelecamera dietro il calice con le ostie.

Unabomber, i resti dell'ordigno esploso nel bagno del Tribunale di Pordenone

Chissà se Unabomber ci sarebbe cascato davvero. Qualcuno però si dà subito da fare per neutralizzare la trappola. Nel giro di poche ore va a Motta di Livenza, apre il tabernacolo e ruba la chiave. Nessuno in paese collegherà lo strano furto alla catena di attentati. Gli investigatori sì: “L’abbiamo interpretato come un avvertimento alle nostre indagini – racconterà un sottufficiale che faceva parte della squadra –. Non pensavamo che quel tale fuggito con la chiave del tabernacolo fosse Unabomber in persona. Ma qualcuno estraneo all’inchiesta, nel giro di poche ore, aveva saputo dove stavamo andando. Un messaggio per dirci: attenti, siamo in mezzo a voi. Con queste premesse, la sorveglianza al duomo non serviva più”. 

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Trascorrono altri due mesi e la bottiglia esplosiva a Caorle conclude dodici anni di attentati. Ma potrebbero essere di più: il primo caso irrisolto in zona risale infatti al 6 giugno 1988. Quel giorno una torcia elettrica piena di polvere nera, estratta da petardi e fuochi d’artificio, scoppia nel cortile della scuola elementare De Amicis a Pordenone. L’azione sembra uscita dallo stesso manuale terroristico: mirare ai bambini, senza uccidere, per fomentare la paura. Trentacinque anni dopo, la ricerca del Dna disposta dal giudice per le indagini preliminari potrebbe presto rivelare chi si nasconde dietro la maschera di Unabomber. E, magari, scopriremo anche chi lo ha protetto finora.

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