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Diabete e glicemia alta, in coppia li si affronta meglio: il metodo

Due cuori e una capanna. Quante volte abbiamo impiegato questa immagine per definire quanto e come affrontare le incombenze della vita in due aiuti a superare i momenti difficili e a non farsi vincere da ansie e timori, anche di fronte a situazioni non proprio rosee come la malattia. Su questo fronte, ora, arriva una conferma che prende in esame il diabete di tipo 2 e la necessità di mantenere sotto controllo la glicemia, elemento fondamentale per ridurre i rischi legati alla patologia metabolica.

Matrimonio, convivenza o addirittura un rapporto “litigarello” sarebbero comunque ingredienti che consentono di migliorare il controllo glicemico. A dirlo è una ricerca apparsa su BMJ Open Diabetes Research & Care, che segnala come sia proprio il vivere insieme la chiave della prevenzione. ancora una volta si conferma come chi è single rischia di più sul fronte della salute, in termini di malattie degenerative.

La convivenza protegge la salute

Più che parlare dei due cuori che stanno vicini, magari in modo non proprio sereno e tranquillo, sarebbe forse la capanna ad aiutare il benessere delle persone. Convivere, insomma, protegge. Anche sul fronte della iperglicemia. Lo studio è stato condotto da scienziati lussemburghesi e canadesi, che hanno concentrato l’attenzione proprio sulla glicemia alta, considerando anche il peso di una buona convivenza o piuttosto di una liaison particolarmente faticosa, con screzi e litigi.

Per ottenere i dati, si sono valutate le informazioni dell’English Longitudinal Study of Ageing (ELSA) che raccoglie ogni due anni informazioni sulla salute della popolazione inglese over-50, con particolare attenzione a parametri di laboratorio come appunto la glicemia. Si sono analizzate le persone che hanno ricevuto la diagnosi di diabete, quasi 3500 soggetti, con rilevazione dello stato di coppia e della qualità del rapporto oltre che dell’emoglobina glicata (il parametro più fine e preciso per il monitoraggio nel tempo della glicemia) e delle condizioni fisiche generali.

All’inizio della misurazione, poco più di tre soggetti su quattro convivevano. Eliminando il peso di fattori confondenti, come il fumo, l’alcol, lo stile di vita, i ricercatori hanno osservato che le persone che avevano cambiato le condizioni di vita, passando dalla vita di coppia a quella da single, dopo un divorzio o un lutto, vedevano crescere i livelli di emoglobina glicata e quindi avevano un maggior rischio di pre-diabete. Il tutto, senza che il rapporto buono o cattivo e difficile con la propria lei o con il proprio lui, potesse incidere significativamente con i valori del glucosio nel sangue. Insomma: ciò che conta è non affrontare la malattia da soli.

Anche se proprio non ci si sopporta sempre, la sola presenza di una persona al fianco può essere di grande aiuto per superare i momenti di solitudine. Perché proprio la solitudine, e non solo per il diabete, diventa una condizione di rischio di per sé. Con tutto ciò che ne consegue. Per questo occorre sempre pensare ad un sostegno psicologico quando si verificano momenti di abbandono, per malattia o per scelta. C’è il rischio di andare incontro a problematiche, come appunto il rischio diabete, che possono peggiorare di molto il benessere.

La prevenzione di coppia protegge il cuore

Condividere, aiuta anche dopo che un attacco di cuore che in qualche modo mette a repentaglio il benessere di uno dei due componenti della coppia. È importante che l’altro resti al suo fianco e magari faccia proprie alcune regole di vita che possono aiutare chi ha il cuore “acciaccato” dall’ischemia. Così, come si smette di fumare insieme e magari si inizia a fare un po’ di palestra, anche a tavola bisogna seguire una dieta simile se è necessario perdere peso. In chi ha superato l’infarto, infatti, il calo ponderale appare più valido se a dieta (e relative sane abitudini) si mettono entrambi i coniugi.

A testimoniare il valore delle buone abitudini di coppia in queste condizioni oltre a raccomandare una corretta aderenza alle terapie indicate dal medico, i cardiologi consigliano vere e proprie “deviazioni di rotta” in chi non ha stili di vita esattamente salutari. Lo dice una ricerca di qualche tempo fa coordinata da Lotte VerWeij dell’Università di Scienze Applicate di Amsterdam, presentata al Congresso dell’ESC (Società Europea di Cardiologia). Sintesi: se i partner contribuiscono nell’adottare stili di vita sani, questa potrebbe diventare una raccomandazione importante per evitare il ripetersi di attacchi cardiaci.

Lo studio ha preso in esame 824 pazienti dopo l’infarto, divisi in due gruppi: nel primo alle cure classiche si è aggiunto un programma di sani abitudini, nel secondo si è proceduto solo con le terapie. Concentrandosi sui soggetti del primo gruppo, quindi con regole salutari, si è visto che quando il partner partecipava alle scelte indicate c’era più del doppio delle possibilità che migliorassero o il calo di peso,  o l’esercizio fisico o l’addio al fumo o l’attenzione all’attività fisica. Per l’alimentazione, in particolare si è visto che affrontare in due la necessità di calare di peso, magari seguendo insieme diete simili e ad impatto positivo sulla salute, in chi aveva moglie o marito “confidente” che le scelte la possibilità di migliorare la situazione era quasi di tre volte più alta rispetto a chi invece affrontava la sfida in solitudine.

In due, la prevenzione funziona meglio

I pazienti con partner che li accompagnano nei loro programmi di calo ponderale perdono più chili rispetto a chi invece non vengono raggiunti nei loro programmi da una persona vicina”. Questo significa che lui e lei debbono sentirsi vicini, anche dopo un attacco di cuore, condizione che sempre più viene affrontata con successo e lascia esiti poco significativi, consentendo di avere una vita normale. Ma sia prima che dopo un infarto la prevenzione, con particolare riguardo ai fattori di rischio (non c’è solo il peso in eccesso, basti pensare a ipertensione, aumento del colesterolo, diabete), rappresenta l’arma più efficace per difendere il cuore e le arterie.

Importante, secondo gli studiosi olandesi, è condividere non solo il momento del pranzo ma anche le scelte precedenti, facendo la spesa insieme, dedicandosi a lunghe passeggiate o ad altre attività fisiche consigliate, trovando in due quelle motivazioni che magari una persona da sola può aver difficoltà a individuare. Insieme, anche mettersi a dieta e controllare il peso diventa più facile.

La solitudine incide sul sonno

Covid-19 ci ha fatto conoscere parole che prima non facevano certo parte del dizionario quotidiano come isolamento. O quarantena. O distanziamento. E ha messo in luce il peso della solitudine. Lo testimonia una ricerca apparsa su Journal of Clinical Psychiatry, che dimostra come in età giovanile e di nuovo tra i 40 e i 50 anni si manifestino “picchi” da tenere sotto controllo sul fronte psicologico.

Lo studio è stato condotto dai ricercatori dell’Università della California di San Diego, che hanno preso in esame i dati relativi a quasi 3000 persone sottoposte ad un’intervista via web e di età compresa tra i 20 e i 69 anni. stando ai risultati, a rischio di sentirsi soli sarebbero soprattutto i giovani che si affacciano alla vita e i soggetti tra i 40 e i 50 anni, mentre stranamente i rischi sarebbero inferiori tra i 60 e i 70 anni.

Ovviamente, a fronte di questo quadro molto generale, esistono precisi fattori di rischio che vanno tenuti in considerazione ed emergono chiaramente dall’indagine. In primo luogo, contano le caratteristiche personali, indipendentemente dall’età: avere una rete sociale limitata, fare fatica ad intraprendere un rapporto con gli altri e non avere un partner incide molto sul rischio di sviluppare solitudine, ma ci sono altri aspetti che vanno considerati: ad esempio i disturbi del sonno.

Lo studio dimostra che avere pesanti alterazioni sia in senso quantitativo che qualitativo, ovvero avere frequenti risvegli notturni o fare fatica ad addormentarsi, si correlerebbe con un maggior rischio di sentirsi soli in tutte le età. Sul fronte poi delle scelte, dall’indagine emerge che la percezione di avere uno scarso ruolo sociale e ovviamente una forte componente ansiosa tendono ad associarsi con una più pesante sensazione di solitudine a tutte le età.

Per i giovani, infine, bisogna considerare un aspetto venuto alla ribalta negli ultimi anni, con la diffusione dei social media. Stando a quanto riportano gli autori dello studio, infatti, molte persone tra i 20 e i 30 anni tendono a “valutare” il proprio stato nei confronti degli altri in base al numero di “like” e di “followers” che riescono ad avere, valutando quindi il proprio status sociale anche in base a questo. Purtroppo nel caso in cui non ci siano i riconoscimenti attesi in questo senso si va incontro ad una serie di situazioni che, in qualche modo, rendono più difficile avere la giusta percezione di sé stessi e quindi tendono ad isolare la persona, facilitando l’insorgenza della solitudine.

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