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Women Talking, la tragica storia che si nasconde dietro al film candidato agli Oscar

Tra le recenti uscite al cinema, previste per l’8 marzo, una pellicola più di tutte ha catturato la nostra attenzione. Si tratta di Women Talking, un film che ha come protagonista una comunità di donne. Il titolo stesso del film è un preludio a quello che andremo a vedere sul grande schermo: donne che parlano tra loro e di loro, di quello che succederà una volta che gli uomini saranno tornati a casa.

Non che si tratti di una novità in senso assoluto, quella di parlare di uomini durante la loro assenza, ma per le protagoniste del film, che è ispirato a una storia vera, non si tratta di semplici pettegolezzi tra amiche o conoscenti, ma di come superare l’odio che provano per quegli uomini, gli stessi che per anni le hanno violentate e poi accusate di essersi inventate tutto. Perdonarli per assicurarsi un posto in paradiso oppure scappare da quel luogo del dolore e ricominciare lontano?

Women Talking, la pellicola della regista Sarah Polley, è solo l’epilogo immaginario di quello che è successo realmente all’interno di una colonia mennonita in Bolivia tra il 2005 e il 2009 e di quando le donne della comunità venivano violentate da uomini che si travestivano da demoni.

La Colonia di Manitoba e gli stupri del demonio

Candidato all’Oscar, il film Women Talking è ispirato all’omonimo romanzo di Miriam Toews. La scrittrice canadese, anche lei nata all’interno di una comunità mennonita, ha raccontato attraverso il suo libro i fatti che sconvolsero la vita delle donne della colonia di Manitoba, una comunità ultraconservatrice della Bolivia, tra il 2005 e il 2009.

È in quel libro, ora diventato anche un film, che si scoprono le storie di dolore e di sofferenza, di umiliazione e di annientamento delle donne appartenenti alla comunità. Venivano narcotizzate, quando il sole lasciava spazio al crepuscolo, drogate con gli anestetici utilizzati per le mucche e per i tori. Poi, di quello che succedeva la notte, non avevano nessun ricordo.

I segni di quello che era successo, però, ce li avevano addosso e quelli nessuna droga poteva cancellarli. Erano dolori lancinanti, lividi e ferite. Erano i pezzi di corda ancora avvolti ai polsi o alle caviglie, era il sangue che macchiava il corpo e le lenzuola.

Ci pensavano gli uomini della comunità a risolvere il mistero. Lo facevano mentendo, accusandole di aver inventato tutto, di essere state colpite da una sorta di isteria collettiva. Poi svelavano la soluzione: “È stato il diavolo”, dicevano. E le donne, alla fine, avevano finito per crederci. Perché in che modo, se non con questo, potevano dare un senso a tutta quella atrocità? A quel dolore che lasciava i segni del corpo e che intanto dilaniava l’anima e il cuore. A quella guerra invisibile nelle quali erano state trascinate tutte, involontariamente, che si scatenava di notte, quando loro non potevano vedere, quando non potevano reagire.

Ma gli uomini non mentivano, in realtà. Non lo facevano i fratelli, i cugini, gli amici e i vicini quando attribuivano la colpa al diavolo. Perché erano loro i demoni. Erano gli uomini che violentavano le donne, le madri, le nonne e le ragazze della loro stessa comunità.

“Donne che parlano”

Così le storie di quelle donne sono state raccontate, seppur in maniera romanzata, dal libro di Miriam Toews e poi dal film in uscita nelle sale cinematografiche proprio in occasione dell’8 marzo. Le “Donne che parlano” sono tutte diverse tra loro, così come sono differenti gli aspetti e i caratteri. Medesimo è, invece, il destino che gli uomini avevano scelto per loro seguendo sempre lo stesso schema.

Andavano a dormire la sera le donne della comunità, con le loro vestaglie e i pigiami, lo facevano dopo aver messo i loro figli a letto. Ma al risveglio niente era più come prima. Le lenzuola erano sporche, e macchiate di sangue, e sui loro corpi doloranti c’erano i lividi e le ferite. Avevano provato a dirlo a qualcuno, senza però confrontarsi mai tra di loro. Del resto non sapevano come fare.

Le donne della comunità mennonita sono da sempre abituate ad obbedire agli uomini, perché da loro sono sottomesse. Così con un po’ di vergogna e remissione provavano a parlare tra le mura di casa di quello che succedeva la notte, quando non c’era più la luce del giorno a testimoniare gli atroci avvenimenti. Ma gli altri, quelli che da sempre comandavano, attribuivano quei dolori alla fervida immaginazione femminile. C’era anche chi, però, proponeva una spaventosa alternativa: era il diavolo che era entrato nelle case della comunità, forse per scontare il prezzo del peccato.

E loro ci credevano. Non potevano fare altrimenti perché non conoscevano nessun altro modo di vivere, se non quello di stare ai dettami della comunità. Una comunità ultraconservatrice che rifiuta la tecnologia e la modernità, che è isolata dal resto del mondo e che è governata solo dalle regole decise da chi comanda. E nella colonia di Manitoba, lo abbiamo già detto, sono gli uomini a comandare.

Lo hanno fatto sempre, e anche durante quegli anni, quando hanno scelto di decidere per la vita e la libertà di quelle donne. Le narcotizzavano ogni notte e le stupravano nel sonno. Lo facevano tutti e con tutte, indipendentemente dall’età o dai gradi di parentela. A loro non restava che accettare quello che succedeva. Così, al risveglio, le donne fingevano che quei dolori fossero sopportabili, sistemavano le loro casa e provavano a dimenticare.

Gli uomini, invece, hanno continuato ad agire indisturbati. Non li hanno fermati le donne, che erano vittime di un sistema che conoscevano bene e che non sapevano come rifiutare, e non l’hanno fatto neanche i saggi della comunità. È stata una telefonata, arrivata per caso al distretto di Santa Cruz, a farlo. È stato allora che il procuratore Fredy Perez – come ha ricordato alla BBC – ha iniziato a indagare su ciò che succedeva nella comunità.

Alla fine, nel 2009, gli uomini hanno confessato. E non è bastato il tentativo di ritrattare quelle confessioni a non renderli più colpevoli. Perché ormai era chiaro che erano stati loro, e loro soltanto, a stuprare le donne della comunità per anni.

Sono state 150, invece, le vittime ascoltate al processo. Erano bambine, ragazze, madri e nonne, erano tutte le donne della comunità mennonita. Ma il numero, lo sappiamo, potrebbe essere ancora maggiore perché non tutte hanno trovato il coraggio di parlare.

Le altre, invece, quelle che ci sono riuscite, lo hanno fatto con la loro lingua, il plautdietsch, che nessuno conosce. Con i gesti, indicando le parti del corpo che erano state violentate, provando a spiegare cose di cui non avevano mai osato discutere ad altra voce. Lo hanno fatto guardando in faccia i loro demoni.

E alla fine i loro aggressori sono stati puniti. 8 uomini sono stati condannati al carcere. Ma quello che hanno fatto, questo è chiaro, nessuno potrà dimenticarlo mai più.

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